Prosa
4 novembre 2025
Ricorrono i trent’anni dell’attentato mortale a Yitzhak Rabin. Ricordo che quella sera Raitre trasmetteva “Testimone d’accusa” di Billy Wilder, che tenevo moltissimo a vedere; e che fu interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale di rete durante la sequenza in cui, dopo la prima parte del processo, Sir Wilfrid parla coi colleghi prima di ricevere la comunicazione della donna che gli consentirà di ribaltare l’esito delle udienze. A me ragazzo non diede solo dolore il fatto di violenza, ma anche quell’interruzione di un mio piacere personale; forse era un segno che i grandi, terribili avvenimenti della storia non sono mai davvero disgiunti dalle nostre personali piccinerie. Ho poi rivisto tante volte quel film perfetto; ma non ho ancora visto, tra i successori di Rabin, qualcuno alla sua altezza; avrebbe forse potuto esserlo Shimon Peres, condannato però a rappresentarne più che altro l’ombra calante. Gli è che Rabin, a lungo spietato uomo di guerra, era divenuto con altrettanta nettezza uomo di pace — dopo di lui, è stato tragicamente più facile, lì e ovunque, il contrario; e anche l’eleganza naturale della sua vedova, la signora Leah, che non volle stringere la mano di Netanyahu senza apparire per questo ingenerosa, ma anzi aggraziatissima, appare un miraggio nel feroce, volgare virilismo di oggi.
P.S. Apprendo che è morto Dick Cheney; è stato un figuro fosco e tremendo, ma perfino lui, negli ultimi anni, ebbe parole giuste e sensate contro la deriva autocratica del mondo. Spero voglia dire che si può sempre sperare.