Prosa
5 minuti
5 minuti, è tutto il tempo che mi dedico.
5 minuti soltanto.
Un anno e mezzo fa ho iniziato a lavorare a tempo pieno. Immaginate di passare da quattro ore al giorno — seduti a una scrivania a scrivere di cose che non v’interessano — a otto ore — sempre seduti a una scrivania a scrivere di cose che non v’interessano. Capirete perché mi dedico 5 minuti. Solo 5 minuti, il tempo di una sigaretta, solo per me.
Il posto è indifferente, l’importante è che possieda due caratteristiche: un po’ di vento e una bella vista sull’immenso verde che caratterizza la mia Toscana. Solitamente me ne sto in macchina, apro lo sportello e incastro le caviglie nel punto d’incontro tra la fine dello sportello e il parabrezza. Tiro un po’ indietro il seggiolino, costruisco — ormai — con dita rapide una sigaretta e semplicemente sto zitta, respiro, concedo agli occhi un po’ di luce naturale, lascio i nervi placarsi prima che ricominci tutto.
Solo 5 minuti, è tutto il mio tempo per me.
E in quei 5 minuti mi concedo il silenzio da tutto quello che sta fuori dalla mia piccola bolla serale. Il cellulare è dimenticato nel portaoggetti in modalità non disturbare. La radio tace, nemmeno i Pink Floyd che mi calmano tanto suonano dalle casse della mia macchina. Anche i pensieri tacciono — ormai sanno che è bene stare lontani in quei 5 minuti. Li sento però: muoversi, azzannarsi e spingersi davanti al cancello nella mia mente, così bramosi di farsi spazio per primi allo scoccare del minuto 6.
Ma ho ancora 3 minuti. Ho ancora tempo.
Ho tempo per il nulla che aspetto da tutto il giorno. Ed è un nulla buono, salvifico perfino, dove mi sento intoccabile da quell’uragano che si chiama vita. Questi sono i miei 5 minuti, gli stessi che da bambini chiedevamo la domenica mattina quando nostra madre pretendeva che resuscitassimo dal letargo.
«Ancora 5 minuti, mamma».
Ancora 5 minuti, vita.
Davanti a me la macchia vibra di mille sfumature verdi. Una volta ho letto da qualche parte che il movimento delle foglie sospinte dal vento non è mai uguale. E che guardarle vibrare in contrasto con l’azzurro ti faccia rendere conto che anche tu sei un po’ paragonabile a quel movimento lì: mai uguale, ma pronto a librarti appena un po’ di vento ti colpisce.
Il tempo sta per scadere, sento il calore della sigaretta che brucia avvicinarsi alla mia pelle, e i pensieri colpire ancora più forte quel cancello.
Io però non ho paura, non li temo più.
So che avrò comunque altri 5 minuti domani.