Prosa
Atavica stanchezza
Sono sempre stanco.
Nella sua semplice e caustica maniera d’essere, la stanchezza che mi porto appresso ammanta quasi tutto quello che faccio: si trasforma in un muro insondabile che mi separa da ciò che realmente voglio fare, un metodo meschino che rischia di soffocare le mie velleità e ridurmi al niente, all’amorfo, al grigio.
Sono prono a questo tipo di cose; tendo a farmi mangiare da ansie immaginarie, a soffrire più del prodotto del mio pensiero che della realtà.
Lotto strenuamente con questo demone e, come in Le ali della libertà, vorrei poter dire di aver sempre vinto. Non è così.
Di solito mi sdraio, irretito dai social che dipingono vite altrui come migliori della mia, e finisco per affossare ancora di più me stesso.
Non faccio niente, e nel mio niente galleggio con fare tiepido.
Ogni tanto investo su me stesso, vado alla ricerca di un mordente che non mi appartiene e finisco per rabbuiarmi quando non riesco nel mio intento: esplodo in frammenti di rabbia che si conficcano dentro chi mi sta accanto, persone buone ma inabili a comprendere il mio scoramento.
L’unica medicina che conosco rimane il creare: fallisco però nel mettere la mia fantasia al servizio di questo mondo che mi richiama, mi tiene connesso, mi spinge ad essere sempre e costantemente utile.
Quanto mi manca l’incapacità, l’essere superfluo: c’è una sottile libertà nelle catene sociali di chi non vale nulla, di chi si sente nulla, uguale e contraria alla mia. Sono sempre a disposizione, sempre pronto, sempre con il fottuto telefono in mano.
La parte di me che non ama gli altri chiede pietà. Mi implora di smettere.
Io non mi ascolto più. M’impongo solo doveri.
Devo di nuovo imparare a divertirmi, devo di nuovo imparare ad aprirmi, ad amare, ad essere…
Devo, devo, devo.
Vorrei persino dire di avere paura, ma la verità è che non ne ho voglia: il mondo mi delude costantemente, e nel mio pensarmi distante dal resto dell’umanità ho sviluppato questa stanchezza, questa nobiltà vestita di chissà quale tessuto che mi continua ad allontanare dalle rive altrui.
Mi sbloccherà solo l’ignoto, l’avventura, il prossimo casino che finirò per combinare.
O, più probabilmente, la disciplina che mi impone di coltivare me stesso al di sopra di ogni impedimento che io stesso mi pongo, al di sopra di questa mia atavica stanchezza.
— Quindi vieni in spiaggia o no, Sully?
— Mah, non lo so, Johnny, non è che son nel mood…
— C’è anche Lucrezia, eh.
— Chi?
— Lucrezia, dai… Quella che l’altra volta leggeva quel mattone esistenzialista…
— Ahhh, ho capito! Beh, allora ci faccio un pensiero, dai. Ma solo per il mattone esistenzialista.
— Certo, per il mattone esistenzialista in bikini.
— Vaffanculo, Johnny.
— Prego, Sully.