Prosa

Cambiare

Sullivan Borne

Cambi solo quando ti spezzano.

E, Dio, se mi hai spezzato.

Continuo a parlarti, anche se non sei qui.

La mia incapacità di elaborare questa gigantesca frattura dentro di me non permette al mio spirito di assumere di nuovo una forma, una qualsiasi; così, claudicante, mi dirigo in una direzione che non può essere favorevole, privo, come sono, di una destinazione.

Sono stanco di aspettare, di provare, di sentire la necessità di trasformarmi in qualcosa di nuovo.

Il peso della Glock sul mio grembo è chiaro nel suo sordo messaggio: «Sono carica». Accarezzo quel lasciapassare per un mondo senza dolore ancora una volta, ma senza il coraggio di impugnarla.

«Pusillanime fino all’ultimo centimetro della tua vita», penso di me stesso.

Non è rimasto nessuno qui che parli con me, e chi ancora lo fa mi tratta come un paziente terminale, come un folle; non vedono la lucidità di chi ha capito che, qualsiasi cosa succeda, qualunque cambiamento io compia, non riuscirà mai a essere soddisfatto. Sono tutti come me, ma privi di quella coscienza di sé che, terribile, infesta ogni mio pensiero.

Non mi ha salvato l’amore.

Non mi hanno salvato i soldi.

Non mi hanno salvato gli amici, le esperienze, i viaggi, il cibo, gli hobby.

Continuo a non cambiare, a volere che tutto questo finisca; non in modo teatrale e pubblico, ma nel privato silenzio di un incidente, una fatalità, qualunque metodo che non mi classifichi come suicida.

Eccomi di nuovo, troppo preoccupato di che cosa il mondo pensi di me per fare quel che voglio, anche se quel che voglio è andarmene per sempre.

Un sorriso spezza il mio volto rigato dalle lacrime: sono sempre stato bravo con l’autoironia.

Quanto vorrei che mi bastasse.

Parlando con un amico mi sono sentito dire che sono un uomo di successo: se solo sapesse… Ho glissato, dicendo che ho ancora molto da fare, che ci sono ancora tante cose da cambiare prima che tutto sia perfetto, che tutto sia in ordine.

Intanto, chissà tu dove sei. Chissà se pensi anche tu di essere stata spezzata da una relazione così adulta e seria, qualcosa che non ha funzionato perché, alla fine, si ha sempre paura di affidarsi completamente all’altro; non ce l’hai proprio fatta. Forse la tua fine intelligenza ti ha suggerito che la fiducia negli altri è la solita follia, che era bene non cambiare la tua abitudine così indipendente, quella che ti sottrae al rischio di perdere… e di vincere.

Spero che alla tua psicologa, quella che doveva aiutarti in questo percorso, sia venuto un cancro; uno bello grosso e doloroso, uno di quelli che ti fanno sperare di morire presto.

Spero che al tuo capo, quello che ammiri tanto, venga una subdola forma di diabete non diagnosticata e che perda una gamba prima che qualche mediconzolo scopra che cazzo ha.

Spero ancora di non avere il coraggio di impugnare la Glock.

Credo proprio che dovrei farlo, ma spero di non riuscirci.

— Oh, ma Cristo, la vuoi piantare?!

— Sullivan?

— Cappello e ossa. La vuoi piantare o no?

— Di fare cosa?

— Certe confessioni, certi pensieri del cazzo: la vita va morsa, e va morsa a fondo. Non hai fisicamente tempo per arrenderti, testa di cazzo.

— Quanto vorrei che i tuoi discorsi avessero ancora su di me l’effetto di un tempo, Sully. Quanto cazzo lo vorrei. Credo di essere cambiato.

— Non cambierai mai, cazzone.

— Sono cambiato un sacco di volte, Sully.

— No, non è vero. Hai corretto il tiro? Sì, te lo concedo. Sei cambiato? No. Dentro la gabbia toracica continua a battere quel cuore di bambino che difende i deboli e gli umili, che cova violenza ma non lascia che lo incendi: il ragazzo romantico, il cavaliere senza macchia, il gentiluomo, il pirata, l’essere umano. Sei ancora tu, dopo tutto questo tempo e tutto questo dolore. Non ti dirò che c’è ancora tanto da scoprire, qualcuno per cui vivere o altre stronzate del genere… Ti dico l’unica cosa che conta: c’è ancora tanto male in questo mondo, un fracco.

E tu puoi farci qualcosa.

— Ti ringrazio per la fiducia, ma non credo proprio.

— Solo chi sa come ci si sente quando il mondo sembra essersi dimenticato di te può salvare chi è a un passo dal baratro: ci vuole una forza che in pochi hanno a questo mondo, e tu ce l’hai. Il tuo è un dovere morale, un’intrinseca necessità da espletare.

Tu sei fatto così, e questo non lo puoi cambiare.

— Forse dovrei.

— Oh, vaffanculo. Mi hai rotto i coglioni: ti direi di farlo se ti rendesse felice, ma dentro di te sai chi sei, qual è il fuoco che non puoi spegnere. Tira fuori le palle: posa quel ferro oppure alzati e puntalo contro il resto delle cose che non vanno e che puoi ancora cambiare. Troverai chi lo capirà, chi ti capirà, e, se non succedesse, morirai provandoci. Non osare sederti e piangerti addosso, stronzo: mordi più forte, colpisci più forte, urla più forte e supera ogni barriera del ridicolo e dello strano. Porta a termine ciò per cui pensi di essere nato.

— Sposare Miley Cyrus?

— Cambiare il mondo, coglione. Cambiarlo per il meglio, estirparne ogni forma di male e d’ingiustizia, plasmarlo affinché nessuno debba patire quel che patisci tu ora.

E poi ormai siamo team Sydney Sweeney.

— Touché.

© Sullivan Borne — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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