Prosa

Cani nudi messicani

Sullivan Borne

Quando la guardavo, dopo tutto quel che era successo, non mi capacitavo di come riuscisse a non provare più niente, a non sentire nemmeno un’eco lontana della pulsione che tanto a lungo ci aveva tenuto uniti.

Arrivai a farne una malattia, a sbattere la testa così violentemente sulla stessa domanda da diventare schiavo delle centinaia di risposte, tutte sbagliate, che smaniavo di trovare.

Perché ero io l’unico a soffrire?

Cazzo, se era pesante sentirsi solo, abbandonato al nulla dopo aver passato tutto quel tempo assieme: nulla mi poteva consolare, nemmeno Call of Duty. E chi mi conosce sa quanto io ami i giochi in cui si spara addosso ai nazisti.

Ho passato un inferno personale di cui ero l’inconsapevole architetto: mi sono chiuso dentro una prigione che aveva le sfumature del Black Site della CIA dove si torturano i terroristi, e ho fatto tutto da solo.

Tutto. Da. Solo.

Sì, la verità comica è questa: nessuno mi ci ha messo dentro se non la mia paranoia. Al di là di ciò che era successo prima e delle responsabilità della fine di una relazione, dovevo capire subito, fin dall’inizio, che da lì in poi era mia responsabilità vivere la mia vita senza la paura di essere Sullivan, quel me stesso che ho sempre avuto paura di essere. Non era colpa degli altri se soffrivo, ma colpa mia.

Ero io che le avevo lasciato l’ultima parola su chi fossi, io che non mi consideravo abbastanza, io che nel mio deprecarmi mi ero abbandonato all’indolenza più inutile.

Quando ho iniziato a tirare su la testa, a mettere ordine nel cervello scombussolato che nascondo nella calotta cranica, tutto è diventato più chiaro; ogni cosa era al suo posto e, di conseguenza, c’era spazio per altro. Altre esperienze, altro fare, altri ricordi: così, oberato com’ero dal vivere di nuovo la mia vita, quelle domande malate, prima tanto importanti, ora perdevano senso.

Allora ho capito, ho capito perché lei non sentiva più niente: aveva ricominciato a vivere, dimenticandosi delle sue domande malate e riprendendosi la propria vita. Forse il suo era stato un modo egoista di farlo, ma da quando è successo a me non riesco più a biasimarla.

Ora tutto ciò che mi dava dolore è solo un ricordo dolce, lontano e capace di scatenare un sorriso.

— Sully, sempre sulla tua tangente di pensieri?

— Eh?

— Dico, sei tutto rapito a pensare, mi piacerebbe sapere a cosa!

— Cani nudi messicani e l’incapacità di elaborare una storia d’amore finita in modo infausto.

— E che c’entrano i cani nudi messicani?

— Vedi? Questo dimostra che a nessuno frega mai un beneamato cazzo delle storie d’amore naufragate!

© Sullivan Borne — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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