Prosa
Collage
Agatha aveva una pelle liscia e morbida. Non aveva un corpo perfetto e nemmeno un viso fotogenico, ma le sue imperfezioni la rendevano affascinante: era una di quelle alt model che sprigionavano una qualche energia sensuale negli scatti e ti colpivano non per le forme e i punti focali come il seno, i glutei o le cosce, ma per un dettaglio specifico che risaltava tutto il corpo sotto la massa di tatuaggi.
Una pelle così non l’avevo mai vista: era liscia e perfetta come la buccia di una pesca. Io dovevo averla. È stato più semplice del previsto. L’ho contattata nei direct del suo profilo Instagram per uno shooting che avesse l’ambientazione noir di un motel anni Cinquanta, qualcosa che richiamasse Psycho o un racconto alla Chandler.
La parte successiva è stata la più difficoltosa: non volevo rovinare la modella e ho dovuto agire in modo da non intaccare o maldestramente danneggiare il corpo. Ho usato una mistura di Rohypnol e scopolamina sciolta nella bottiglia d’acqua del minibar, che ha fatto in modo di spegnerla dentro senza che l’esterno ne risentisse.
Le ho fatto fare la fine della bella addormentata, o così ho tentato: nelle favole le principesse non hanno gli occhi rossi e la bava alla bocca. Ha tentato di fuggire alle prime avvisaglie, ma ho dovuto trattenerla per le gambe. Ah, cazzo… In studio dovrò correggerle.
Ho avuto modo di mostrarle le sue precedenti colleghe, ma non sono state collaborative, e nemmeno lei: mi ha molto infastidito questo atteggiamento controproducente verso il mio lavoro.
Tutti sanno ormai fare una fotografia e credono, dopo un tramonto, una serie di scatti alla cugina e un compleanno, di essere un Oliviero Toscani o un Sebastião Salgado; poi magari questi cretini usano la macchina in manuale durante un matrimonio o partecipano a quei concorsi su internet che ti spillano i soldi per avere i tuoi brevi giorni di gloria, con i commenti dei familiari e degli amici che acclamano il «campione» tra commenti sgrammaticati e accomodanti frasi false e ipocrite che esaltano l’asino a continuare nella sua vana e idiota corsa al successo.
Io non appartengo fortunatamente a questa categoria di mentecatti: le mie opere saranno apprezzate da un pubblico internazionale di critici e colleghi di fama mondiale.
Ho sempre avuto la passione di cercare i miei modelli prima tra gli insetti, poi sono passato ai topi e infine al regalo di mio cugino, un irritante cucciolo di labrador che non smetteva di abbaiare. Ho dovuto fare molta strada prima di passare ai miei modelli, ma ho sempre tratto ispirazione dai più grandi: Francis Bacon mi sussurrava nuove tecniche di dripping, Robert Capa mi consiglia ancora di prenderle quando hanno la vita che scorre davanti agli occhi e un certo Mastro Macellaio, in un blog tedesco del dark web, suggerisce metodi per conservare il materiale e trattarlo come strumento d’espressione o, più semplicemente, come pasto. Mi disgusta la carne, quindi evito alcune descrizioni e ricette di questo «cuoco» d’avanguardia.
Ho un diario che porto sempre con me, nel quale annoto ogni evoluzione del mio portfolio e segno gli errori, i suggerimenti dei miei maestri ed eventuali schizzi di persone o immagini ritagliate da riviste di moda.
Agatha è molto pesante e il suo corpo sembra cominciare ad avere un odore intenso. È il momento del trucco e del parrucco, ma è la prima volta che mi fermo davanti a un corpo così bello e unico che impomatarlo o segnarlo con il rossetto mi sembra del tutto inutile e pacchiano: sistemo la modella su una sedia e cerco di farla stare ritta e, al contempo, di trovarle una posa accattivante.
Agatha è nuda davanti al mio obiettivo; i suoi occhi rossi la fanno sembrare una santa in estasi. Userò uno schema luci alla Rembrandt per esaltare questo sguardo afflitto e divino.
Scatto. Qualcosa non va. Un occhio s’è chiuso. Cazzo, ho sbagliato a dosare la scopolamina. Controllo il respiro, ma non c’è. Riapro la palpebra e ricomincio a scattare. Gli occhi di Agatha ora sono aperti. Scatto. Di nuovo la palpebra. Però non è male. Sembra che faccia l’occhiolino. Sembra che ammicchi alla camera. Non male. Prendo del nastro adesivo e un po’ di colla affinché la palpebra non faccia più scherzi. Meglio. Ora molto meglio. È tornata la santa.
Scatto. La testa si è abbassata. Come se avesse avuto un colpo di sonno. Cazzo, ma non sarà mica ancora viva. Viva vuol dire essere poco collaborativa, quindi male. Il respiro non c’è. Eppur si muove.
Non mi è mai successo che una modella sia stata così poco collaborativa, specialmente nel suo nuovo stato. C’è qualcosa che non quadra. Dovrò fare un rig o una struttura affinché i suoi arti possano essere più stabili e adatti a essere mossi: è una tecnica che ho visto nei dietro le quinte di un film in stop-motion. Dovrò creare un pupazzo, in pratica.
Ripensandoci, però, è molto complicato e minerebbe il corpo: dovrei bucare la sua pelle. Potrei metterla nella cella frigorifera con le altre, disporla in posa e aspettare che si congeli, ma ci metterei troppo tempo. E il risultato non sarebbe più genuino. Sarebbe banale e poi, in effetti, sfigurerebbe tutte le altre. Potrei fare un esoscheletro improvvisato e poi comporre la posa del modello nella cella. Infinite possibilità, così poco tempo.
Sento una suoneria. Viene dalla sala trucco. Ma come ho fatto a dimenticare di buttare via il telefono? Una voce femminile gracchia dall’altra parte:
— Pronto?
Mi viene da rispondere, infastidito a causa del mio turbine di pensieri e dei problemi sul set:
— Agatha è occupata.
Cazzo. Che coglione che sono. Mi sono fregato da solo. Chiudo la chiamata e cerco di spaccare il telefono. Ma, mentre spezzo lo smartphone, mi viene in mente un’idea dai vetri rotti del telefono.
Un sonoro peto squarcia il silenzio dello studio. Il corpo comincia a puzzare e l’anima preme per staccarsi dal suo involucro. La mia mente è a pezzi. Il corpo sta andando a pezzi. Un corpo è un insieme di pezzi. Un collage di carne.
Prendo una sega dalla cassetta degli attrezzi e mi avvicino ad Agatha. Che peccato togliere quella pelle, ma per la mia opera finale, quando mi verranno a trovare nel mio studio, allestirò una mostra che sarà un trionfo della vita sulla morte e la sconfitta della banalità e del cattivo gusto; sarà qualcosa che cambierà il mondo e sconvolgerà la mente.
Suona il campanello. Bussano alla porta. Non c’è tempo, devo fare arte. Risuona il campanello. Bussano alla porta. Sto tagliando, lasciatemi stare. Ora il bussare sta diventando una serie di colpi decisi alla serratura. Non sono ancora pronto. Arrivano.