Prosa
Imperfezioni
Lei se ne stava rannicchiata in cucina, le ginocchia contro il seno, a pensare a tutte le cose che aveva ancora da fare; nonostante le mansioni fossero molteplici, però, non riusciva ad alzarsi. Si sentì un'inetta, incapace di reagire ai pensieri che la fustigavano, e cominciò a singhiozzare sommessamente, esplodendo in un pianto meccanico di chi non sa nemmeno perché sta succedendo.
Quando lui se n'era andato aveva ammesso a mezza bocca chi era l'altra; erano uscite solo poche parole dalla labbra di lui, ma il quadro terribile nella sua mente si era delineato. L'altra era solare, esteta, più giovane di lei.
Le mani, prima avvolte intorno alle sue gambe, si erano ora spostate sulle cosce, delineando i solchi della cellulite, i glutei imperfetti, la tornitura che aveva sempre odiato e che lui invece cantava come perfetta.
"Bastardo!", singhiozzò lei, afflitta dall'immagine dei due corpi avvinghiati in un abbraccio di carne che la tormentava più d'ogni altra cosa; con lui si era esposta, brillando sotto le lenzuola e palpitando di quella bestialità che si regala solo agli amanti, una dolce ma ferale unione che andava anche al di là dei sentimenti.
Si sentì brutta, orribile e deforme: iniziò ad urlare, rivivendo quelle scene d'addio a cui si era prestata e maledicendo il suo buon cuore, incapace di mantenere una linea di pensiero univoca. D'altro canto come avrebbe potuto? Le parole d'argento di lui l'avrebbero spinta a fare qualsiasi cosa: così, mentre quello se la spassava tra aperitivi e nuovi amori lei, rannicchiata in cucina, piangeva senza soluzione di continuità.
Eppure lei era bella. Era bella quando caricava la lavatrice, quando canticchiava Ramazzotti e piangeva per i finali romantici, era bella quando il suo amico scemo la portava a fare un giro in moto, quando calava la sera e la luna illuminava quella sigaretta che teneva tra le dita; era bella nei momenti della giornata più disparati, era bella nella tristezza, nel cervello, nelle profondità dell'anima.
Alla fine si alzò e uscì, senza giacca e senza trucco, ad esplorare quel mondo a cui non si sentiva di appartenere, lasciando a casa il telefono pieno di messaggi di lui, di opinioni parziali e di foto meschine nella loro dolcezza.
Uscì a cercare qualcosa che non ricordava essere importante, sperando che la notte la prendesse di peso per portarla via per sempre, lontana dalle ingiustizie, dalla paga più bassa dei suoi colleghi, dalle donne più giovani e senza cellulite, dal viso di lui, marchiato a fuoco nei suoi ricordi, a cui non importava più nulla di lei.
La prese il vento, infine; instancabile si arrestò, spazzando via tutte le nubi che popolavano il cielo. Ebbe pietà di quella creatura così fragile e magnifica, le sussurrò un incoraggiamento, una battuta, una speranza.
Il resto lo fece l'alba, che la scaldò dopo quella notte di pianto terribile; le fece pesare un po' meno le sue imperfezioni e le donò un'aura dolce di quiete, quella che si prova dopo che si è pianto tutto ciò che si poteva piangere.
Lei rimase su una panchina, a veder sorgere quel sole irrefrenabile, a studiare le donne che correvano dentro quei fuseau stretti e ai poveretti che andavano al lavoro troppo presto per essere felici.
Quella notte non cambiò niente, né cambiò lei; solo ora sembrava meno pressante non essere perfetta, dentro quella placida accettazione del fatto che il passato è terribilmente passato ed il futuro, meschino e stupido, va preso per la coda al di là del proprio malessere.