Prosa
Insufficienza sentimentale
— Ma che cazz… Pronto?
— Ehi. Ti disturbo?
— Sono quasi le due, Sullivan. Secondo te?
— Giusto.
— Spero tu abbia un signor motivo per chiamarmi a quest’ora.
— L’ho rivista. Ho rivisto lei.
— Ah.
— Già.
— Come stai?
— Non lo so. È questo il problema.
— Vuoi parlarne?
— Credo di sì. Credo che il dolore passato mi abbia sempre regalato una specie di catarsi. Ho un pensiero controintuitivo: la grande liberazione che il dolore ti regala arriva quando, dopo tanto tempo, incontri qualcuno che hai amato e nel suo sguardo leggi che non gliene frega più un cazzo di te.
— Questa sarebbe una liberazione?
— Dopo. All’inizio fa male, certo. È straziante. Quando ti capita senti che potresti morirci: vivevi per lei, saresti morto per lei, e mentre tu continui a pensarlo lei è già altrove, con lo sguardo rivolto al futuro.
— E poi?
— Poi non hai più niente a cui aggrapparti. Il dolore che provavo rivedendo le ragazze che mi avevano spezzato il cuore era dilaniante: avevano scelto di andare avanti senza di me. Quello che Sullivan Borne era stato per loro apparteneva al passato.
Era stato e non era più.
E nient’altro.
— Ma con lei non è successo?
— No. Quando l’ho rivista, l’altro giorno, non è stato così. Lei ci tiene. Nella sua maniera incomprensibile, lei ci tiene. E non è una finzione.
— Non dovrebbe essere una cosa bella?
— Sì. «Mi vuole ancora bene», no? Però non me ne vuole davvero. Perlomeno, non abbastanza. È un’insufficienza sentimentale, un deficit.
— Un’insufficienza?
— In una scala in cui dieci è il massimo, il peggior voto possibile è il cinque. Sarebbe meglio zero, secondo me.
— Zero?
— Zero.
— Mi sembra un po’ una cazzata.
— Un’insufficienza così vicina alla sufficienza genera una spirale mentale: «Ci sono quasi». È lì. Sarebbe bastato così poco. Mancava soltanto un centimetro. È un’altra declinazione del «poteva andare diversamente».
— Quindi quanto te ne vuole, secondo te?
— Cinque e mezzo.
— È quasi sufficiente.
— Appunto. È quello il problema. O ami da dieci, oppure non ami. Per questo, secondo me, il miglior risultato dopo il dieci è lo zero.
— Non funziona proprio così, Sullivan.
— Lo so che non funziona così. È una scala sentimentale inventata durante una telefonata alle due di notte, non il sistema metrico decimale del cazzo.
— Almeno te ne rendi conto.
— Se non gliene fosse importato più nulla, se incontrandomi mi avesse rivolto soltanto un «ciao» per poi chiudermi una metaforica porta in faccia, mi avrebbe dato un appiglio per andare avanti. Avrei potuto chiamarla stronza, imbecille, ingrata.
Invece no.
Sono rimasto con lei una buona mezz’ora a parlare. Non volevo più andarmene: sembrava mancasse così poco alla sufficienza. Una sufficienza che non sarebbe arrivata comunque, ma quel cinque e mezzo mi spingeva ancora a cercare un sei.
Nel cervello si è fatto strada il solito coacervo di frasi: «Se avessi…», «Potevo essere…», «Potevo dire…», «Potevo fare…».
Quei «se» del cazzo.
— Sai già che non servono a niente.
— So anche che tutto ciò che non è «sì» è «no».
— E allora?
— Sono bravo a dirlo e altrettanto bravo a dimenticarlo. Faccio il saggio, poi rimango lì, confuso come un Pokémon.
— «Così confuso da colpirsi da solo»?
— Esattamente. Questa roba mi fustiga.
— Non devi per forza scherzarci sopra.
— Sì che devo. È praticamente l’unica cosa che so fare bene.
— Sully…
— Tu conosci la persona che eri ieri e quella che sei oggi, no? La prima delusione arriva quando sei ancora, se vogliamo, innocente; quando sei più incline a credere nel buon cuore degli altri. Quella delusione ti indurisce.
— È quello che è successo a te?
— Credo di sì. Ma essere duri non significa essere resistenti. Spesso ciò che è duro si spezza, mentre ciò che è morbido assorbe il colpo e conserva la propria forma.
— E tu ti sei spezzato?
— Evidentemente non del tutto, se sono qui a romperti i coglioni alle due di notte.
— Tre meno un quarto.
— Non aiuti, mister precisino.
— Quindi?
— Quindi bisogna mantenere la mente elastica, non chiudersi nelle proprie convinzioni. Quando il pensiero si ossida, si calcifica e diventa rigido, prima o poi si rompe. E se ti chiudi troppo, impazzisci.
Diventi una persona di merda.
— Cioè quello che cerchi di evitare da una vita.
— Con risultati alterni.
— Sullivan!
— Lo so.
Vorrei dirle ancora così tante cose. Volevo che andasse diversamente.
— Ma è andata così.
— Sì, è andata così.
Eravamo due estranei che si erano scambiati anche le ossa. Sotto quel portico, davanti a casa sua, non lo eravamo ancora del tutto; eppure eravamo già diversi.
Già non ci appartenevamo più.
— Fa male?
— Sì.
— È normale.
— Ci sono capitoli bellissimi, storie della tua vita che sono fantastiche, ma che prima o poi finiscono. Capitoli che devi chiudere.
— E tu non ci riesci?
— Alla mia età non ne sono ancora capace. Forse non ne ho mai avuto davvero la volontà.
— Lo sai che non devi avere subito tutte le risposte?
— Non lo so.
— Cosa?
— Non so niente. Non ti racconterò cazzate: sono perso.
[Silenzio]
— Come sta lei?
— Non lo so. So soltanto che è ancora bellissima.
— Lo è sempre stata.
— Non intendo esteticamente. O almeno, non solo. I miei occhi la vedevano ancora bellissima in tutti i modi possibili, persino in quelle inclinazioni che non erano mai state positive.
— Vedi sempre il meglio del mondo, falso cinico che non sei altro.
— Già.
— Sei riuscito ad andartene?
— Con difficoltà, ma senza allungare il brodo. Ci siamo detti poco e recriminati ancora meno. Avevo paura di chiudere… Ho paura a dire: «Non la rividi mai più».
— Non devi dirlo per forza stanotte.
— No. Ma sappiamo entrambi che devo farlo.