Prosa
L’assenza
Ad un’assenza corrisponde sempre una presenza. Perché, per esserci un’assenza, deve esserci stato prima un “prima”. Quel prima, però, nella mia infanzia è qualcosa di molto relativo. I ricordi, con il tempo, si sbiadiscono — e con loro anche ciò che è accaduto davvero. Ma i pochi che ho li porto con me, pieni di perché a cui, per un periodo della mia vita, ho cercato di dare risposta. Quel prima che ricordo è forse solo un’invenzione, un frutto dell’immaginario collettivo che osservavo negli altri bambini, un’immagine che avrei voluto vivere anch’io. Ma io, quello che avevano loro, non ce l’avevo. Non avevo un papà che mi aspettava all’uscita di scuola, né uno che parlasse con le maestre, che mi accompagnasse dal pediatra, che mi addormentasse la sera, che mi spegnesse la luce del comodino, che mi rimboccasse le coperte, che tifasse per me ai traguardi di una piccola bambina. Tutto questo non è mai successo. Ed è stata proprio quell’assenza a crescermi. Mi ha cresciuta una presenza che non esisteva — una presenza fatta d’immaginazione, che ha lasciato in me la paura e il rifiuto costante, ma anche la forza di sopravvivere al vuoto. Ed è il vuoto ad aver generato la maggior parte delle mie paure — tante, troppe, che ancora oggi abitano la mia mente, il mio corpo, e a volte persino le mie lacrime.
In quegli anni, così astratti e scomponibili, ho cercato di capire quale parte fosse davvero reale, quale parte di te, in qualche modo, fosse sopravvissuta dentro di me. Quale frammento di un papà se ne fosse andato, e quale, invece, fosse rimasto nascosto, silenzioso. Perché, in fondo, anche quando una persona se ne va, non lascia forse qualcosa di sé? E, allo stesso tempo, non porta via anche una parte di te? Ma poi: perché, fondamentalmente, una persona che dice di amarti se ne va? Forse è questa la vera domanda a cui non ho mai trovato risposta. E come un cane che cerca le tracce, o fiuta la voce del padrone, non mi arrendevo. Non mi arrendevo, in quegli anni dentro di me. Cercavo ogni modo per capire, per comprendere il perché del tuo ritiro — ingiusto — da quella casa. Una casa in cui, forse, non hai mai davvero compreso che ci fosse una bambina ad aspettarti. Pronta a rivederti in qualsiasi modo tu ti presentassi. Perché, fondamentalmente, non avevo bisogno di molto, da quello che ricordo. Non avevo bisogno di un “bel papà”, vestito bene, a modo, alto o basso. Magro o grasso. Io credo che avessi bisogno solo di te.
Ma a questa domanda — una domanda forse ingiusta per te, a questo punto — era: mi volevi davvero bene? Ci sono tante risposte possibili, tanti moventi, alibi, parole, gesti a cui potresti aggrapparti come una molletta, per restare ancora appeso al mio cuore. Ma la verità è che non ci sono. Come forse non c’è mai stato l’amore.
Credo di ricordarmi con certezza che da piccola mamma mi raccontava tante storie. Una di queste parlava di un certo Lupo Lucio, che si nascondeva in un luogo buio della casa, precisamente dietro la macchina. Era sempre appassionata nel raccontarmela, così viva che a volte sembrava crederci anche lei. Cospirava contro di lui, raccoglieva indizi della sua esistenza, e io la seguivo, con il fiato sospeso, dentro quella fantasia. Credo che insieme a Lupo Lucio vivessero altri personaggi misteriosi, pronti a spuntare da un momento all’altro se un rimprovero non bastava a calmarmi. Così mi diceva: non andare mai dietro la macchina.
Ma un giorno aprii la porta di quella stanza oscura. Cercai con gli occhi, attenta, una coda pelosa, una mano nascosta sotto la macchina. E andai. E sai cosa vidi? Nulla. In quel garage non c’era nulla. Lupo Lucio non esisteva. È più quello che ci viene raccontato — e che il cervello mette in moto — che quello che davvero esiste nella realtà. Forse, in fondo, anche tu eri un po’ come Lupo Lucio. Una presenza raccontata, un’ombra che esisteva solo dentro di me. Un personaggio che la mia mente ha continuato a disegnare per anni, dandogli un volto, un suono, un odore, pur di non ammettere che non c’eri davvero. Eri una storia che mi raccontavo e che io, da bambina, ho voluto credere vera. Forse perché credere che tu esistessi mi faceva meno paura che accettare la tua assenza. Così ti ho cercato ovunque: dietro le porte chiuse, nelle macchine parcheggiate, nei visi degli uomini per strada. Ma come quel giorno nel garage, non ho trovato nulla. Solo il silenzio.
Eppure, anche il silenzio, a modo suo, insegna a parlare. Insegna a inventare, a riempire i vuoti, a dare un nome a ciò che non c’è. Così ho imparato a darti voce io, a costruire un papà tutto mio, come si costruisce un racconto per dormire tranquilli la notte. Solo che tu, in quel racconto, non venivi mai a rimboccarmi le coperte.
E che tu, come Lupo Lucio non esisti.