Prosa
La bontà in volo
Nel Ratto dal serraglio di Mozart, riflettevamo parecchio tempo addietro, rientrando da uno spettacolo al Regio di Torino, il tratto geniale — più ancora della superlativa beltà musicale — sta nel fatto che il vero protagonista, il Pascià Selim, stia in scena meno di ogni altro personaggio e non canti neppure una nota: egli, infatti, parla soltanto, laddove Konstanze, la sua controparte, canta senza sosta, impegnata in impervie difficoltà.
Così capiamo subito che i due non potranno unirsi, perché vi è tra loro un’insormontabile barriera di linguaggio, una trincea invalicabile fra l’uomo potente, disciplinato dalla ragione, che non ha bisogno di esprimersi per vivere; e la prigioniera affranta che ha però la libertà di sfogare ogni abisso dei propri sentimenti. Selim, se manca di voce abbonda però, a decifrarlo, di orecchio e di cuore; e quando prende la parola — in prosa, senza musica — per annunciare ancora meglio di Prospero che la sua vendetta sarà il perdono, il rispetto, il riconoscimento e l’amicizia, si piange più che per le tante note — tutte necessarie, ne avrebbe detto l’autore, e il contrasto fa capire il perché — udite prima.
La messinscena torinese, sorretta da ottima direzione, mancava tuttavia di voci carismatiche (difettose talora anche di correttezza) e l’allestimento scenico ci era parso superficiale, banaleggiante, eccessivamente farsesco. Alla fine, però, si ebbe un colpo di genio da ascrivere a merito del regista: dopo le sue toccanti parole di fratellanza e comprensione, mentre il coro inneggiava festoso in suo nome, Selim s’imbarcava su un tappeto volante, sparendo via, sereno, nel cielo invisibile; come se la sua genuina bontà, dopo aver dato prova di se stessa, si fosse resa conto di non essere però adatta a questa terra. Pensiero, questo, che può talora sfiorarci, pensando a quanto accade in giro; intendiamo, si capisce, quanto accadeva nel secolo decimottavo.