Prosa

La mia nuova inettitudine

Sullivan Borne

Mentre mi accomodo su questa sedia decrepita mi sovviene che sono anni che non scrivo; la luce filtra dalle tapparelle di questa casa abitata, ma senz’anima, fino ai tasti del computer ed infine su di me, che mi trovo a scrutare ancora una volta lo specchio bianco di carta — digitale, in questo caso — che sempre mi fu tanto caro.

Le mani paiono intorpidite dalla mancanza, dall’assenza del rumore dei tasti battuti che in questi anni ho accantonato in favore di amici, donna, famiglia e lavoro, quasi mai in quest’ordine. Non mi sento di dire più nulla di lusinghiero su di me, quasi avessi dimenticato di essere dolce con la mia persona; tutto è diventato dovere, persino giocare, ridere, scherzare e tutto il resto, ogni cosa è una corsa all’ottimizzazione del mio poco, prezioso tempo che — paradosso! — non so come spendere correttamente.

Adesso che poso gli artigli su questa macchina, che ancora mi sorride dopo anni di inattività, non mi sento giudicato per la prima volta in anni; né dagli altri, lontani e fuori dalle tapparelle che chiudono la mia vita, né da me stesso. A differenza della luce, mi rendo conto che nessuno riesce a penetrare qui dentro, e non posso fare a meno di chiedermi se sono gli altri che hanno smesso di bucare tapparelle in giro o se sono io, nella mia nuova inettitudine, ad essere diventato un fabbricante di infissi mentali degno di nota.

Mi passano accanto un sacco di persone e — va detto per amor di verità — c’è qualcuno che bussa con una certa veemenza, ma il messaggio non passa. L’unico che può tirare su le tapparelle sono io, Sullivan, e più vado avanti e meno mi sento capace di farlo.

Mi do delle scuse, credo: sono vecchio, sono stanco, sono in qualche modo incapace di aprirmi ad un mondo che non fa poi così paura, schiavo solo del mio eterno malessere puntinato qui e là da ironia, sarcasmo e battutacce. Cerco di approcciare con metodo la cosa, ma mi sento sempre un passo indietro al gruppo, incapace di brillare nelle mie stanze buie. Come fare, come essere, mi sembra sempre più precluso: ho modo di estraniarmi con tutto ciò che è digitale, sicuro che da dietro uno schermo nulla possa ferirmi oltre.

Sbaglio.

Sbaglio terribilmente, perché so che il coraggio di essere me stesso passa dall’errore e dal trauma, dallo sviscerarsi per cercare dentro il mio sé le parole corrette, il portamento giusto, la metodologia raffinata che più di qualcuno apprezza.

Forse mi devo dare tregua, ma anche in quello mi sento inetto; lentamente, senza fretta, devo imparare a smettere le maschere che mi tutelano ed indossare quelle che mi mettono a rischio, che mi permettono di correre lontano dalla mia staticità.

Sconfiggere la mia nuova inettitudine deve diventare un mantra, perché non esiste nessuna versione di me che creerà mai un mondo migliore e più vivibile per me stesso: esisto solo io, la mia voglia di fare, l’obiettivo che inseguo da tutta una vita… essere, essere e basta, senza vergognarmi di debolezze che, anche se esistono, non mi svalutano.

Devo solo alzare la tapparella ed affrontare il resto del mondo.

© Sullivan Borne — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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