Prosa

La palta

Sullivan Borne

Esiste un luogo nella mia mente dove mi reco di rado: lo vedo come buio, ma non lugubre; triste, ma non disperato; carico di emozioni, ma non pesante. Qualcuno potrebbe assimilarlo a un cimitero, un luogo dove un me più grande e più grigio si reca per rendere omaggio a quei me che non ce l’hanno fatta. Ci sono stati il Sullivan devastato da quella femmina che non lo ha mai scelto, quello tradito e quello che, semplicemente, si è arreso all’idea che quell’amore non funzionasse. Non ci porto fiori, non mi sarebbero piaciuti: ho sempre sognato di avere uno di quei funerali folli, con danzatori e musica, una festa per celebrare le mie membra finalmente liberate da quel dolore insopprimibile che non sono mai stato capace di scrollarmi di dosso. Non ho sofferto così tanto da potermi fregiare di un mantello di malinconia, ma non sono mai stato abbastanza forte da svestirmene; tutto quel che sono riuscito a fare nella mia vita, in tutte le mie vite, è stato scherzarci su in modo eccellente — mi sia lasciato dire.

Ho fatto ridere, nel senso buono, un sacco di volte: la maschera ironica di Sully ha sempre conquistato più o meno tutti, in un modo o nell’altro. Il mio fascino da goffo adone ha avuto la meglio su modelli, tizi alti, talvolta persino sulla ricchezza; non sulla lunga distanza, certo, ma se la vita è una corsa ho collezionato più intertempi positivi che negativi, ho vinto diverse tappe e festeggiato tutte le volte che potevo.

Come sia morto tutte quelle volte, a dire il vero, non lo ricordo: ho lasciato dietro di me un pezzettino di Sullivan alla volta; non sono mai stato stroncato da duri infarti o da fulmini a ciel sereno. Ho lasciato che la vita mi piegasse.

Non va frainteso il concetto: il cambiamento è buono, anche se raramente è dolce. Ci sono dei me sotto due metri di terra perché io li ho seppelliti, ritualizzando la loro virtù — supposta o reale — e dipingendo d’oro i bordi di versioni di me che così dorate non erano, coprendo con la palta tutto il resto, lasciando che questo strato di polvere amorfa ricoprisse la mia stessa fine.

Non ho tumulato soltanto me poetici o virtuosi: al contrario ho coperto di terra e fango certe mie pigrizie, insicurezze e autocommiserazioni, cosa di cui vado molto fiero. Ho fatto bene a gettare sopra i loro corpi una croce di uguale dignità, perché è un bene ricordarsi di aver seppellito i santi nello stesso terreno dei peccatori.

Sono diventato più duro, forse anche più cinico, ma non ho mai perso la speranza che un altro passo, oltre al mio, calpesti quelle sabbie limacciose che tutto ricoprono e che io possa trovare il coraggio di mostrare anche quel luogo a qualcuno, anche a una sola persona, ritenendola degna e coraggiosa almeno quanto me, capace di guardare i volti dei fantasmi che si affacciano da dietro le lapidi.

Qualcuno che non mi giudichi, che non trovi quel cimitero inquietante, che ne capisca l’essenza.

Quegli spettri non mi spaventano più: sono semplicemente lì; ignorarne l’importanza sarebbe chiedermi di rinunciare ai ricordi delle cose a cui sono sopravvissuto, di smettere di essere a mio modo grato non tanto per essere immortale, quanto per saper risorgere dalla mia palta.

© Sullivan Borne — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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