Prosa

La tratta

Glenda Maiani

Non è mai stato un problema voler star sola, ma ora mi chiedo se non sia una scelta sbagliata perché so benissimo essere io la causa della mia stessa solitudine. Quando si è piccoli ci escludono, perché siamo strani, perché siamo grassi, perché abbiamo i capelli rossi, perché i nostri genitori fanno un lavoro mediocre rispetto ad altri, e quello non dipende da te. Quando cresciamo però iniziamo a fare, anche senza volerlo, una scrematura, e tutto quello per cui ci escludevano a un certo punto diventa il nostro punto di forza e iniziamo a vederci esattamente per quello che siamo e che siamo sempre stati: ostinatamente e maledettamente noi stessi, ma adesso con meno stress e più pace intorno a noi. Ed è per questo che ho deliberatamente scelto la strada della solitudine, sperando che prima o poi avrei incontrato una solitudine simile alla mia e forse avremmo potuto farci compagnia. E renderci conto che non si è davvero soli perché l’altro non è solo.

È dicembre, mi piace come mese ma non troppo, e sono al centro di quelli che tanti chiamano «gli anni migliori che qualcuno possa vivere». Io è da un po’ che non credo più in questo luogo comune perché sono abbastanza realista da capire che degli anni, ridotti a un quadrato della tua vita, non possono e non devono essere per forza i migliori. Sto ancora cercando di capire come sopravvivere a tutto il tempo che ho davanti, ma che si dimezza ogni secondo che passa, mentre viaggio con una seduta vuota accanto a me, piena di ragnatele e adornata dal passaggio sporadico di qualche insetto.

E devo stare qui seduta per 449 km.

Il treno è partito, e io lascio il mio verde per andare nel blu.

449 km

Sono una persona che va al contrario, quindi se per la maggior parte delle persone i primi chilometri sono i più veloci da far passare, per me sono sempre i più lunghi. Non perché la destinazione sia distante, ma perché il mio corpo non ha ancora accettato di essere partito verso quella che spera sia una delle tante avventure che lo attende. Io rimango sempre indietro, aggrappata alle abitudini, ai luoghi, alle mura e ai marciapiedi che conosco a memoria, a percorsi che potrei fare a occhi chiusi. La mia mente invece corre avanti, come ha sempre fatto, provando a immaginare l’arrivo, e nel mezzo io, la mia parte conscia e impaurita, sospesa tra due luoghi che per qualche ora non mi appartengono in nessun modo.

Fuori dal finestrino la mia Toscana scorre ora lentamente, come se volesse convincermi a scendere e tornare indietro. Ma ormai è già pomeriggio inoltrato, e oltre alle luci delle stazioni, qualche casa isolata e lampioni in lontananza, non vedo altro che un mantello nero che ricopre tutto. Mi chiedo quante persone stiano guardando questo stesso paesaggio scuro senza accorgersene. È una cosa che facciamo spesso e che ho imparato meglio grazie alla Semiotica dell’Immagine: guardiamo senza vedere. Ci basiamo su ciò che è a portata d’occhio, senza renderci conto che dietro quell’apparenza c’è un mondo, una vita, luoghi, persone, momenti che esistono e continuano a cambiare anche quando distogliamo lo sguardo, convinti che resteranno lì ad aspettarci. Ma in realtà cambia tutto. Come cambio una canzone dal mio telefono. Come cambio anche io mentre sto viaggiando, solo che ancora non lo so.

371 km

Da bambina passavo il tempo a osservare i pali della luce che sfrecciavano accanto ai finestrini e a scrivere canzoni con le dita sui fili sospesi sopra il treno. Non ricordo una sola parola di quelle canzoni immaginarie, ma ricordo perfettamente la sensazione: quella di poter stare ovunque senza appartenere a nessun posto. Forse da piccoli siamo fatti così, e non sentiamo il bisogno di mettere radici in ogni cosa. Una città è una città, una stazione è una stazione, un viaggio è semplicemente un viaggio, e non ci chiediamo ancora quale sia il nostro posto nel mondo perché esso sembra a nostra disposizione, enorme e pieno di possibilità. Ricordo che guardavo fuori dal finestrino e avevo la sensazione che tutto fosse infinito perché non avevo ancora imparato a misurare il tempo. Un’estate sembrava durare una vita intera, un anno scolastico era un’eternità e persino un viaggio di qualche ora aveva il sapore di qualcosa di immenso, di irripetibile.

Poi si cresce e succede una cosa strana: iniziamo a contare. I chilometri che mancano, gli anni che passano, le occasioni perse, quelle che speriamo arrivino, e impariamo a misurare tutto, e nel frattempo perdiamo un po’ la capacità di meravigliarci.

Forse è per questo che mi piacciono i treni, perché per qualche ora mi costringono a fare l’opposto e mi ricordano che esiste uno spazio tra la partenza e l’arrivo e che spesso è proprio lì che succedono le cose più importanti. Nei momenti che non stiamo cercando di trattenere, nei paesaggi che scorrono troppo veloci per essere fotografati, e nei pensieri che arrivano soltanto quando non abbiamo altro da fare se non ascoltarli.

E forse è anche per questo che continuo a guardare fuori dal finestrino, nonostante fuori ci sia sempre meno da vedere e sempre più buio. Perché una parte di me spera ancora di ritrovare quella bambina che scriveva canzoni sui fili del treno senza preoccuparsi di dove sarebbe finita la corsa.

284 km

Alzo lo sguardo e osservo le persone sedute nel vagone. Una ragazza dorme con la testa appoggiata al vetro. Un uomo fissa lo schermo del telefono da così tanto tempo che sembra aver dimenticato cosa stesse cercando. Una signora sorride leggendo qualcosa e per qualche secondo mi ritrovo a sorridere anch’io, senza sapere perché.

Fuori dal finestrino, nel frattempo, il buio si è riempito di luci. Attraversiamo una città e per qualche minuto il nero compatto della campagna lascia spazio a strade illuminate e finestre accese. Le guardo una ad una, come faccio sempre. Da qui sembrano tutte uguali: piccoli quadrati di luce sospesi nell’oscurità; eppure so che dietro ognuno di quei quadrati esiste un mondo intero.

È una sensazione strana. Per tutta la vita ci sentiamo protagonisti della nostra storia, così vicini ai nostri pensieri, ai nostri problemi, alle nostre paure, da dimenticarci che nello stesso istante esistono migliaia di altre vite che stanno facendo esattamente lo stesso. Persone che stanno attraversando una giornata qualunque senza sapere che qualcuno, da un treno in corsa, sta osservando per un istante la luce della loro finestra e si sta chiedendo chi siano.

Per questo mi risuona continuamente l’insegnamento della Semiotica dell’Immagine: che vedere non significa semplicemente guardare qualcosa ma riconoscere che ciò che abbiamo davanti è sempre più grande di quello che riusciamo a cogliere. Una fotografia non è mai soltanto una fotografia. Una finestra non è mai soltanto una finestra. Una persona non è mai soltanto ciò che mostra di sé.

Dietro ogni immagine esiste qualcosa che sfugge.
Dietro ogni persona esiste una storia che non vedremo mai per intero.
E forse è proprio questa consapevolezza a rendere il mondo così affascinante.

Per anni ho pensato che la solitudine fosse una caratteristica. Una specie di tratto distintivo, come avere gli occhi verdi o essere incapaci di fischiare, ma adesso, guardando questo vagone pieno di sconosciuti e queste luci che scorrono oltre il vetro, mi sembra più una lingua comune che tutti conosciamo ma che fingiamo di non sapere.

173 km

Ho passato così tanto tempo a difendere la mia solitudine da aver dimenticato che non era nata come una fortezza ma come un rifugio — e i rifugi, per definizione, sono fatti per accogliere, non per escludere.

La seduta accanto a me è ancora vuota. È curioso, perché ogni volta che salgo su un treno è esattamente ciò che desidero: voglio più spazio. Per me, per allungare le gambe, appoggiare lo zaino vicino e perdermi nei pensieri senza che nessuno li interrompa. Eppure continuo a guardare quel posto, come se stessi aspettando qualcosa. Forse perché quel sedile vuoto assomiglia più a me di quanto vorrei ammettere.

Ho sempre considerato la solitudine una conquista, qualcosa che mi ero guadagnata dopo aver passato troppo tempo a cercare di appartenere a luoghi, gruppi e persone che non avevano alcuna intenzione di farmi spazio. Così ho iniziato a costruirmi il mio; un luogo tranquillo, silenzioso, dove nessuno potesse farmi sentire fuori posto. E per un po’ ha funzionato. Il problema è che, senza accorgermene, ho continuato ad aggiungere mattoni, uno dopo l’altro, fino a quando quel rifugio ha iniziato ad assomigliare più a una fortezza, con fossati e un temporale ad adornarlo, che a una casa confortevole. Forse è per questo che continuo a osservare gli sconosciuti nel vagone e le finestre illuminate che scorrono oltre il vetro. Perché da qualche parte, dentro di me, ho sempre saputo che non stavo cercando qualcuno che mi salvasse dalla solitudine, ma qualcuno che la riconoscesse. Qualcuno capace di capire che esistono silenzi che sanno di risate, che non tutte le pause sono imbarazzanti e che a volte la compagnia migliore è quella che non pretende niente ma ti ricorda che prima o poi ti abituerai a qualcosa, o a qualcuno, che inevitabilmente resta e ha voglia di farti spazio. Qualche volta basta semplicemente qualcosa che ti faccia stare bene.

E mentre il treno continua a correre nel buio e i chilometri si consumano sotto le ruote, mi accorgo che c’è una differenza enorme tra essere soli e sentirsi soli. Una differenza che ho sempre conosciuto, ma che forse sto iniziando a capire soltanto adesso che la destinazione si avvicina.

La seduta accanto a me è ancora vuota. Eppure, guardandola adesso, mi chiedo se il problema non sia mai stato il desiderio di stare sola, ma aver creduto che l’unico modo per non soffrire fosse non lasciare mai quel posto libero accanto a me.

89 km

A questo punto del viaggio le gallerie sono diventate una presenza costante. Mangiano il treno per qualche secondo e poi lo restituiscono alle luci di una stazione, a qualche finestra accesa in lontananza, ai lampioni sparsi lungo tutto ciò che deve essere illuminato. Fuori è buio da ore, ma è un buio che cambia continuamente forma. E mi accorgo che passo il tempo ad aspettare le gallerie per quello che succede al finestrino quando arrivano: per qualche istante il paesaggio scompare completamente e al suo posto rimane soltanto il mio riflesso.

È strano quanto sia più facile vedersi quando non c’è altro da guardare. E per quel poco tempo di galleria resto lì, a osservare quella versione di me che compare e scompare insieme alla luce. La stessa persona che è salita sul treno qualche ora fa. Stessi vestiti, stessa musica nelle cuffie, stessi pensieri che continuano a rincorrersi senza una direzione precisa; eppure da qualche parte, in modo quasi impercettibile, qualcosa si è spostato. Qualcosa è andato avanti.

Probabilmente i cambiamenti funzionano così: si accumulano lentamente, chilometro dopo chilometro, come il paesaggio che cambia oltre il vetro senza che ce ne accorgiamo. E quando finalmente li riconosciamo, hanno già iniziato il loro lavoro.

Quando sono partita avevo la sensazione di star lasciando qualcosa. Adesso, invece, mi sembra di star andando incontro a qualcosa, anche se non saprei dargli una definizione. Forse una versione di me che ancora non conosco o forse soltanto un capitolo che sta già iniziando a esistere mentre io sono qui a immaginarlo.

Il treno entra nell’ennesima galleria e il mio riflesso torna ad occupare tutto il vetro. Poi la galleria finisce, compaiono per un istante delle luci e tutto ricomincia da capo, con l’unica differenza che ora sorrido se mi vedo scomparire e comparire.

I treni, maledetti treni, mi ricordano che anche quando non riesci a vedere bene dove stai andando stai comunque avanzando nella giusta direzione.

E per la prima volta da molto tempo, mi accorgo che questa idea non mi spaventa più.

0 km

Qualche volta basta il finestrino sporco di un treno e un po’ di gallerie a farti vedere le cose in modo diverso. Non che possano cambiare chissà cosa, ma quel poco che serve per distinguere due colori: il verde dal quale provengo e il blu che ho raggiunto. E capire che non tutti i viaggi servono a portarci da un luogo a un altro. Alcuni servono semplicemente a mostrarci qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Tra una partenza e un arrivo non cambia soltanto il paesaggio, ma cambiano le distanze che mettiamo tra noi e gli altri, le domande che ci facciamo e, qualche volta, perfino l’idea che avevamo di noi stessi.

«Hai mai fatto caso al fatto che dal treno sembra tutto così piccolo e infinito, mentre dall’aereo tutto così grande e finito?» dico, e mi guardi un po’ stranito.

Poi il tuo sguardo cambia e sul tuo viso si accende un leggero, impercettibile sorriso.

«Quindi il contrario», dici, e a me pare di aver detto l’ennesima cosa strana.

«Mi piace il contrario. È una bella riflessione, e ora che mi ci fai pensare è vero… dovresti scriverla».

Ripenso alla seduta vuota che mi ha accompagnata per 449 chilometri. A quanto spazio le avevo concesso nei miei pensieri, e a tutte le volte in cui l’avevo guardata come se contenesse una domanda alla quale non riuscivo proprio a dare una risposta, anche se, adesso lo so, era più semplice di quanto credessi.

Il posto accanto a me, in realtà, non era mai rimasto vuoto.

Sono sempre stata verde, ma adesso so che gli alberi hanno bisogno della luce del sole, che guarda caso contiene tutti i colori. Compreso il blu.

© Glenda Maiani — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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