Prosa

Le parole di Solid Snake

Sullivan Borne

Come si fa ad avere trent’anni e passa e vivere in modo soddisfacente?

La domanda mi tarla il cervello: sono una persona semplice e ho accettato di non far parte di quell’élite mondana dei grandi centri, capace di adattarsi a ogni ritmo e a ogni velocità della vita.

Io sono orgogliosamente provinciale, campagnolo e — forse — persino bigotto.

Io credo che la vita vada vissuta nei suoi lenti scatti, attraverso lo sguardo di chi ha qualcuno al proprio fianco.

In poche parole, noi umani siamo una specie sociale: chi vive senza l’interazione basilare di un’amicizia o di un amore perde qualcosa di importante, edificante e terribilmente necessario.

Questo preambolo vuole essere la ridicola risposta alla domanda «Che cazzo ci faccio qui?»: una questione che mi pongo perché, perso tra musica che non apprezzo e donne che non mi guardano, sono stato trascinato mio malgrado in mezzo a questa ribalderia nel tentativo di far sbocciare il tardivo fiore sentimentale che i miei amici chiamano Sullivan.

Mi piacciono gli ABBA, Dio mi perdoni, e invece sono immerso in questa techno-trance-avant-garde-so-una-sega di rumore che mi spezza i timpani solo per trovare l’altra metà.

Ballo, appesantito dal settimo gin tonic, credendomi più leggero dell’aria: chissà cosa mi sono raccontato per arrivare alle spaventose due di notte stando in piedi. Non è qui che troverò quell’anima che si fonderà alla mia, sempre che esista.

Negli ultimi mesi ho seriamente valutato e accarezzato l’idea che forse per me non ci sarà quel lieto fine borghesotto e favolistico che i miei mi hanno raccontato fin dall’adolescenza: non c’è nessuna «brava ragazza» che aspetti un anello da me. Il mio seme e la mia genia moriranno con me in modo silenzioso, trascinando con sé un’eredità che non sarò capace di trasmettere se non attraverso lettere messe ordinatamente in fila per farne prosa, poesia, spiccia letteratura da quattro soldi.

All’ottavo drink mi sento un illuso, ancora una volta un poveraccio destinato a un’estinzione che tento di schivare come un animale notturno tenta di aggirare l’alba: l’impegno profuso non arginerà l’ovvio insuccesso.

Lì, nell’ora più buia, mi torna in mente Hideo Kojima, che, attraverso le parole del tormentato Solid Snake, ci ha regalato questa perla:

La vita non consiste soltanto nel tramandare i propri geni. Possiamo lasciare dietro di noi molto più del semplice DNA. Attraverso le parole, la musica, la letteratura e il cinema… ciò che abbiamo visto, ascoltato, provato… la rabbia, la gioia e il dolore… sono queste le cose che tramanderò. È per questo che vivo.

— Solid Snake, Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, Konami, 2001.

È strano pensare che siano proprio le parole di un videogioco a donarmi una serenità che cerco da tutta la vita; una serenità preclusa a chi non è capace di riconoscersi al di fuori delle etichette che ci appiccichiamo sulla fronte come bollini delle banane.

Sono altro rispetto alle aspettative della società e alla mia dozzinale inclinazione a seguirne le regole; mio malgrado, la mia più grande qualità è donarmi nei miei scritti, cavalcare poteri preclusi a chi non si scava dentro, vivere di parole emozionanti, far sentire gli altri meno soli descrivendo la mia solitudine.

© Sullivan Borne — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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