Prosa

Marciostory

Federico Ghiglione

— Ok, ascolta questa.

Una coppia sta bevendo, seduta a un tavolino all’esterno di un bar che si trova su un lungo marciapiede. Lui è vestito come Humphrey Bogart ne Il mistero del falco: impermeabile con i bottoni, un borsalino, e beve un cappuccino. Lei è proprio simile a Rita Hayworth, con un rossetto color carne rossa macellata; veste un impermeabile beige simile a quello dell’uomo, un cappello a tesa larga poco più del borsalino di lui e beve un gin tonic, accompagnato da un cornetto. I due stanno parlando della loro relazione e di cosa sia sbagliato o giusto negli atteggiamenti, nei caratteri, nei vizi, nei tic e nelle abitudini quotidiane di entrambi. Attorno a loro, la città sembra provenire da una fotografia degli anni Cinquanta: non c’è nessuno in strada, nessuno vicino ai tavoli del bar e nemmeno un’anima viva accanto al tavolino della coppia.

Mentre discutono, si alzano delle grida da lontano e l’eco di quelle urla di terrore e di dolore si avvicina sempre di più a quella discussione a base di gin, latte, caffè, cornetto, nervosismo e «te lo avevo detto». Un uomo in fiamme corre per il marciapiede e sfiora il tavolino: la discussione continua con toni molto sarcastici e più alti di prima. Cinque minuti dopo, una vecchietta a passeggio con un barboncino passa vicino al tavolo; appena lo supera, l’anziana è centrata in testa da un proiettile che la sbalza in avanti. Il cane, animato da una forza e una foga inumane, prende per il braccio la carogna della padrona e la trascina per strada.

La discussione diventa più animata e avvelenata di prima e, da lontano, oltre alle urla, si sentono rumori d’incidenti automobilistici: una sinfonia urbana e distorta di ruote che strisciano sull’asfalto, paraurti che volano e sbattono. Poco dopo, un ragazzino in stracci avanza a passo di leopardo con un pugnale tra i denti. Qualche secondo più tardi, una banda di poliziotti scappa in preda al terrore da un clown armato di una sciabola di palloncini gialli insanguinata.

Subito dopo, un nugolo enorme di gatti attraversa la strada e passa sopra i tavoli del bar, noncurante del litigio tra i due: un gatto balza sul loro tavolo, azzanna il cornetto e fugge da quelle parole pericolose che si evolvono in minacce e insulti pesanti. Loro continuano a litigare nonostante l’escalation di caos e violenza attorno a loro. La città è perduta e i disordini stanno aumentando fino a dimensioni apocalittiche; il loro litigio continua e aumenta la gravità della discussione. I toni non sono più distesi, le pause sono letali e le risate si fanno molto più agitate e inquietanti.

Un copertone in fiamme sfiora il tavolo. Un barbone nudo, coperto da un cartello di cartone con scritto «VE LO AVEVO DETTO», corre vicino ai tavoli e supera la coppia. Un vaso di gerani cade vicino all’uomo. Poco dopo arriva al tavolo un cameriere con la faccia insanguinata, vestito di tutto punto alla maniera classica degli hotel di lusso, e comincia a proporre una serie di cocktail del menu mentre i due continuano a litigare; finito di leggere la lista, segna qualcosa sul suo libretto e se ne va.

La strada è piena di calcinacci, macerie e cadaveri di ogni sorta ed età. Cala il silenzio sulla coppia, che smette improvvisamente di parlare. Gli sguardi iniettati di sangue s’incontrano e le bocche sono serrate: sbuffi e sospiri scandiscono i secondi. Un nuovo cameriere, vestito di tutto punto e con una mannaia in testa, arriva al tavolo con un vassoio: posa due bicchieri pieni di benzina, un piattino con due pillole bianche, due pistole e il conto.

La donna si alza dal tavolo, ma appena fa due passi viene investita da un’auto che sfonda la vetrina del bar. L’uomo, ancora seduto, non muove un muscolo della faccia. Con sguardo impassibile prende una pistola e la butta verso la macchina che ha travolto la donna; si alza, si versa addosso i due bicchieri di benzina, estrae una scatola di fiammiferi, ne accende uno e si dà fuoco. Dopo un minuto, mentre sta carbonizzando, guarda l’orologio che si sta attaccando alla pelle, sbuffa, prende l’altra pistola sul tavolo e si spara.

— E cosa c’entrano le pillole bianche?
— Era cianuro. Era per dare un po’ di colore.
— Mmh… tu vuoi che questo diventi reale?
— Sono qui per questo.
— Secondo te è peggio che io possa far avverare tutto questo e aiutarti a realizzarlo, o che smetta di fare domande e ti lasci in silenzio?
— Direi la prima.
— Davvero?
— …
— …

(Cala un silenzio per ben tre minuti. Immaginatevelo.)

— Io…
— Sì?
— Io vorrei farlo.
— Ah, sì?
— Lei è interessato?
— Sì.
— Davvero?
— Certo. È la mia specialità produrre disastri personali e inferni su misura.
— Quindi è fatta?
— Sì, ma a una condizione…
— La mia anima?
— No, raccontami un’altra storia…
— No, non di nuovo.
— Sì, sì, ancora una. Sai come diceva un grande maestro: «Gli artisti devono soffrire. Il risultato è migliore».

© Federico Ghiglione — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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