Prosa
Miss Pessimistic Bomb
Io sono una persona pessimista.
No no, dico davvero. Sono una di quelle persone che vede il brutto, il marcio, la menzogna e il peggio praticamente ovunque e, per quanto mi riguarda, è sempre stato così. Da quando ho memoria mi sento dire le stesse cose: «Ma vedi sempre tutto nero?», «Come sei pessimista», oppure la mia preferita: «Non ti stanchi mai di essere così?».
E la risposta, per quanto possa sembrare assurda, è no.
Perché non l’ho mai vissuto come un difetto e non è mai stato un semplice modo di vedere il mondo. O meglio, so che spesso lo è stato, ma per me è sempre stato soprattutto un meccanismo di difesa. Un modo per mettermi in guardia, per prepararmi a quello che poteva andare storto, per farmi trovare pronta nel caso in cui la vita decidesse di tirarmi una delle sue solite gomitate nello stomaco. Mi sono persa tante cose per colpa di questo modo di essere, questo è poco ma sicuro. Occasioni, persone, possibilità. Però ci sono state anche volte in cui mi ha salvata, e forse è per questo che non sono mai riuscita a liberarmene del tutto. Anzi, a dirla tutta, credo che la tristezza e quel famoso «buio pessimista» abbiano la stessa dignità del positivismo a tutti i costi. Solo che è più facile stare accanto a chi sorride sempre, a chi sembra avere meno pensieri addosso e riesce a mostrarti soltanto il lato luminoso delle cose. Eppure, non sono mai stata convinta che sia quello il segreto. Non sempre il bello attrae il bello e non sempre il brutto attrae il brutto. A volte basta trovare qualcuno che parli la tua stessa lingua, anche se la parla con accenti diversi.
Questa però è una cosa che ho capito da poco.
Per anni sono rimasta bloccata in una specie di loop in cui ogni cosa negativa aveva un peso enorme e ogni cosa positiva sembrava troppo piccola per essere considerata. E forse continuerò a finirci dentro ogni tanto, perché certi meccanismi non spariscono dall’oggi al domani, ma qualche mese fa un mio amico mi ha detto una frase che, senza motivo apparente, mi è rimasta in testa: «È bello raccontarsi cose belle».
Una frase semplicissima, di quelle che senti, annuisci e poi dimentichi. Io invece continuo a pensarci, perché mi sono resa conto che forse non lo faccio quasi mai. E quanti di noi lo fanno davvero? Passiamo ore a raccontare quello che è andato storto. Ci lamentiamo del lavoro, del traffico, delle persone che ci hanno fatto arrabbiare, delle cose che avremmo voluto diverse. Facciamo continuamente l’elenco delle crepe, ma quando è stata l’ultima volta che ci siamo fermati a raccontare qualcosa di bello? Anche di piccolo, marginale, fuori dagli schemi e che non includa per forza un evento sociale, o un viaggio?
Oggi, per esempio, è lunedì. Ha piovuto e ho litigato per l’ennesima volta a lavoro. Se mi fermassi qui direi che è stata una giornata pessima e probabilmente per anni l’avrei archiviata esattamente così. E invece, da un po’, ho iniziato a capire che in mezzo a tutto questo c’è stato anche altro. Ho letto un centinaio di pagine de La valle dell’Eden di Steinbeck. Ho bevuto un caffè buonissimo. Ho riso con mia madre. Sono andata a trovare mia nonna. Sono uscita in Quartiere con i miei amici, ho bevuto uno dei Gin Tonic più schifosi della mia vita — anche se questo andrebbe incluso nelle cose storte della giornata. Ho rivisto un’amica che non vedevo da più di un mese. E tornando a casa ho cantato a squarciagola The Way It Was dei The Killers come se fossi da sola al mondo.
Il punto non è che le cose brutte non esistano o non debbano esistere, perché ci sono, eccome se ci sono, ma che troppo spesso sono le uniche a cui concediamo il diritto di essere ricordate. Io sto provando a fare il contrario. Non a diventare ottimista, perché credo che chi mi conosce stia già ridendo all’idea e sarebbe una rivoluzione troppo grande. Sto semplicemente provando a tenere il conto di tutto. Anche delle cose belle. Anche di quelle piccole. Anche di quelle che sembrano insignificanti.
Perché forse il mio disfacimento come pessimista non passerà dal vedere il mondo in rosa, ma dal rendermi conto che, a parità di cose, il bello molte volte prevale. E sarebbe un peccato continuare a fare finta di non accorgersi che dentro a quel buio, ci sono tante piccole luci.