Prosa
Sogni di blatte
Tra i fili d’erba smeraldo e nella terra oscura, ci sono miliardi di creature. Ognuna con sogni e aspirazioni, appetiti e passioni: tutti però condividono il bisogno di sopravvivere. Io non mi posso lamentare, perché ho molti cugini e parenti che prolificano continuamente e dappertutto. Proprio ora mentre ti sto parlando, i miei figli sono già nati e muovono le loro zampette verso del cibo o in un posto sicuro da chiamare «casa».
Dicono che siamo i parassiti più resistenti e a volte sospettano che siamo delle reincarnazioni dei loro cari. Sostengono perfino che noi vedremo la fine del mondo: a noi blatte, non interessa sopravvivere così a lungo perché è già tanto se riusciamo a vedere l’alba del giorno dopo. Per tutti è così: il verme deve stare attento alle zanne del Camminatore Cieco e agli artigli dei Rapaci Rossi. Noi, facendo parte di quelli che vivono nell’oscurità e nel sottosuolo, per sicurezza o per ingiustizia, ci è negato di salire sulla terra e viviamo dei racconti dei vermi e degli esploratori, che si offrono volontari per procacciare cibo per i giovani e per gli anziani. Impariamo le meraviglie e gli incubi di questo mondo attraverso le parole di coloro che tornano con zampe fatturate e musi storti. I Fortunati. Coloro che non finiscono bruciati dai fuochi liquidi o peggio, spiaccicati.
Da quel che ho sentito, esistono specie di blatte che sanno volare. Blatte con ali colorate. Blatte che cantano e che migrano verso altri mondi. Blatte che non vedono la nostra presenza perché impegnate a svolazzare verso l’ignoto. I giovani rimangono estasiati da queste storie e non vedono l’ora di risalire la superficie, scalando tubi e alberi per trovare anche loro qualcosa di meraviglioso da raccontare. Per sfuggire alla paura. Per meravigliarsi.
Si dice che queste blatte colorate riescano a volare grazie al desiderio di librarsi per aria e fuggire via. Altri dicono che riescano a fluttuare con la forza e il disprezzo di allontanarsi dalle creature dei rami e dai parassiti del sottosuolo. Alcuni narrano che discendano dai bruchi o da una fazione ribelle di bachi da seta che per scappare dalla loro routine e dagli umani che li schiavizzarono, si costruirono delle ali per scappare. Il che potrebbe a dire che loro riescono a vivere il loro desiderio più grande: la libertà.
Ma io un pomeriggio d’inverno vidi una cosa che non tutte le storie raccontano. Uscendo da una casa di campagna, riuscì a vedere una di queste leggendarie creature: aveva due antenne nere più lunghe delle formiche e due ali rosse con due punti variopinti all’estremità che sembravano occhi. Sembravano due grossi occhi che spiavano la foresta; alcuni esploratori infatti si spaventano e intimarono di abbassarsi per non farsi vedere. Io rimasi affascinato da quegli occhi giganti che si posarono su un fiore poco distante da noi. Ciò che successe dopo mi colpì e mi lasciò un segno, tanto da ringraziare la mia nascita e la mia natura codarda di parassita: ella improvvisamente si librò in aria e si diresse verso di noi, causando il panico generale.
Fui l’unica blatta che rimase a guardare, ipnotizzato da quei colori e da quegli occhi giganti. Più si avvicinavano, più li vedevo sbattere le palpebre, parlarmi, accennare sogni con quei colori, oltre ogni limite: forse potevo volare anch’io, potevo fuggire dalla routine, dai pericoli e dagli stessi colori grigi e marroni. Le ali sbattevano e il ritmo mi attraeva verso quello sguardo, quasi ad alzarmi da terra ma c’era qualcosa nel movimento: le ali dell’essere sbattevano ma il corpo non si muoveva, non andava più avanti. Era come se fosse fermato da una barriera invisibile: cercai di sforzare la vista per capire cosa la fermasse e notai che le estremità delle ali erano impigliate in dei fili di luce bianca. La creatura si dimenava e quegli occhi si allargavano sempre di più, cercando qualcosa o qualcuno che potesse liberarli da quei lacci bianchi. All’improvviso qualcosa apparve dietro la prigioniera: otto zampe abbracciarono quelle ali e dietro il collo una piccola testa con una miriade di occhi neri; le ali pian piano smisero di sbattere e gli occhi si spensero. L’essere inquietante allora mostrò le zanne all’essere addormentato e gli staccò con un morso metà della testa. Subito dopo dal suo addome, sparò un filo che avvolse le ali sul corpo della blatta colorata.
Da quel giorno decisi di non credere più alle storie, di non raccontare fandonie e di non uscire più con gli esploratori. Quell’incredibile episodio di un inverno fa, mi fece capire molto del ciclo della vita e dell’ambiente sopra le nostre antenne. Quindi io consiglio ai giovani che hanno strane idee e si perdono nelle storie altrui, di essere fieri di essere blatte ma soprattutto di non sognare di avere le ali.
Abbiate fame e abbiate paura.
Sottoterra si sta bene.