Prosa
Tavolo 301
«Ecco a voi l’acqua», disse Giulia.
Il tavolo 301 era composto da un padre e una figlia. Bastava guardarli per sentire l’amore risuonare tra i loro gesti. Lei era solo una bambina, piccola. Lui era un padre pieno d’oro. Non perché fosse ricco di denaro, ma perché era ricco di ciò che conta davvero: l’amore. C’è chi pensa che avere un padre sia normale, quasi scontato. Giulia no. Anche lei avrebbe voluto vivere un momento così. Anche uno soltanto. Ma non riusciva nemmeno a immaginarlo. Neppure i sogni glielo concedevano, perché il cervello non può ricordare ciò che non ha mai conosciuto. Li sentì da lontano.
«Cin cin, amore.»
Immaginò i bicchieri sfiorarsi, i loro sguardi incontrarsi, il sorriso della bambina riflettersi negli occhi del padre. E sentì il sangue scaldarsi, mentre qualcosa dentro di lei si rompeva in silenzio. Aveva appena assistito a un brindisi. Eppure, tornando in cucina, sentì le lacrime diventare sempre più vive, come se aspettassero soltanto il momento giusto per cadere. Non sapeva come liberarsene. L’aria sembrava non bastare. Il sangue le scorreva troppo in fretta, mentre le mani si riempivano di brividi, come se da un momento all’altro dovessero esplodere. Non era facile abitare quel corpo. Un corpo pieno di istanti come quello. Un corpo che, troppo spesso, invece di vivere, sopravviveva pensando. Su quel tavolo Giulia aveva pianto. Aveva leccato ferite che nessuno poteva vedere. Aveva corso più veloce del vento, sperando che nemmeno lui riuscisse a raggiungerla. Ma questo succede a chi soffre d’amore. A chi si accorge perfino delle ciglia che cadono dal volto dell’altro. L’amore non si controlla. Si attraversa. E, quando non si riesce più a sopportarlo, si tenta perfino di ucciderlo.
Era questo che credeva. Prima che il suo mondo crollasse di nuovo. Nello stesso punto. Nello stesso modo. Da allora, ogni volta che qualcuno le chiedeva il tavolo 301, Giulia non vedeva due clienti. Vedeva il padre che non aveva mai avuto.