Prosa
Trasandato
Eccomi qui, di nuovo: un libro che non riesco più a leggere, un bicchiere di qualcosa che riesco fin troppo bene a mandar giù.
Solo, in modo più romantico di quanto vorrei.
Stanco, come sempre.
Davanti al dehors del bar in cui siedo, la gigantesca vetrina di un parrucchiere mi restituisce la mia immagine: vedo un uomo sciatto, palesemente esausto, imbibito di un sonno che non riesce mai a soddisfarlo.
Le occhiaie picee fustigano un volto tutto sommato bello, ma imbarbarito dai capelli tagliati male e per nulla acconciati, dalla barba sfatta, dallo sguardo triste.
I vestiti, che non sono di particolare pregio, non sono né puliti né sporchi: vegetano a metà, in una posizione di non sviluppo, e tendono a spegnere il colore degli occhi incavati in favore del rosso del nasone.
Il fisico è buono, non eccellente, ma perde di appeal a causa delle numerose cicatrici sulle braccia, delle fasciature fatte alla bell’e meglio e delle unghie mangiucchiate; se fossi uno dei miei personaggi, mi descriverei come «un bell’uomo, piegato dal resto della sua vita e circonvoluto fino ad assumere la forma di uno brutto».
Rido di gusto, poi svuoto il bicchiere.
Mi piace fin troppo punzecchiarmi, dirmi ciò che sono, descrivermi e plasmarmi a seconda dell’ultimo libro che ho letto, dell’ultimo film che ho visto; i cavalieri in fulgida armatura non mi hanno mai convinto: sono sempre stato dalla parte di quello sporco e derelitto.
Del trasandato.
Trasandato è una parola che mi piace tanto. Le sue tracce antiche risalgono almeno al Trecento: in un testo mercantile compare persino riferita allo zafferano vecchio, ormai guasto. Poi la parola si è adagiata nei secoli sul significato che oggi conosciamo.
Non curato, abbandonato.
Eppure il verbo trasandare non voleva dire questo: composto di trans- e andare, significava andare oltre, eccedere, oltrepassare la misura. Dante e Boccaccio ne testimoniano ancora l’uso antico.
Trans-, lontano dal significato sessuale del nostro secolo, e andare.
Andare oltre.
Mi rigiro il bicchiere vuoto tra le mani; una goccia di condensa rovina la mia copia de L’ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafón.
Fa ridere che il motivo per cui sono trasandato sia che non riesco ad andare oltre quel che è stato tra di noi: come in un cinico gioco di parole, sono trasandato nel senso moderno perché non ho saputo trasandare in quello antico.
Faccio cenno alla cameriera — una bella biondina veramente troppo giovane — di portarmi qualcos’altro.
Lei mi guarda con sufficienza, forse addirittura con pena: tutt’intorno, gli altri avventori, divisi in gruppi più o meno simmetrici, fanno da corollario al mio tavolino.
Sono l’unico che se ne sta seduto da solo.
Nei loro occhi c’è altro dal tipo lugubre e sciatto che vedo riflesso nella grande vetrina; c’è chi parla di vacanze, di lavoro, di amori… ed io sto qui, in silenzio monastico, a girarmi tra le mani un bicchiere che tarda ad essere riempito nuovamente — spero che la biondina si muova! — mentre fatico a immaginare un futuro, uno qualsiasi, senza te.
No, non sono depresso: so che arriverà un’altra alba, che le cose si muoveranno e che il destino, croce e delizia, mi prenderà ancora a calci nello sterno per poi baciarmi sulla bocca.
Mi prendo il mio tempo, studio il resto del mondo da fermo; preparo le valigie per trasandarti, per trasandare, per smettere di essere trasandato.