Prosa
Ciao nonno, ho trentadue anni
Ciao nonno, ho trentadue anni.
Il fatto che io ti stia scrivendo da una postazione di lavoro e che lo stia facendo a spizzichi e bocconi forse ti farà capire che seguo la tua immortale propensione a fare tutto, di tutto e per tutti.
Da buon scansafatiche redento sono finito per esagerare ed eccedere dal lato opposto dell’inerzia, quello fastidiosamente lontano da ciò che mi sono sempre sentito, ovvero uno che «se la prende comoda».
La corsa, il concatenarsi di eventi, l’ambizione pura e cieca di essere non tanto «il migliore» o «qualcuno», ma finalmente «abbastanza» mi ha portato alla deriva lontano da quello che sono sempre stato, o meglio da quella parte di me che credevo al timone.
Poi, nonno, la luce.
Una vita di maltrattamenti ed ironia a nascondere le lacrime m’han fatto partorire un romanzo doloroso e schifosamente divertente, un libro che — giuro su tutto quel che ho di più caro — ti vorrei far leggere; sono in ritardo di quasi dodici anni però, il sordido e disgustoso ritardo di chi se la prende sempre troppo comoda.
Chissà che ne penseresti ora di quel ragazzetto tutto magrolino e coi capelli troppo corti a vederlo ora: ricciolo, istrionico, quasi sempre in groppa a quella moto della quale ti parlava con entusiasmo ed insistenza, che sognava dalla prima visione di Indiana Jones e l’ultima crociata, registrato in VHS da te.
Per la prima volta nella mia vita mi hanno chiamato scrittore, e lontano dai riflettori dell’esistenza che passa ho pianto genuinamente, come si piange quando raggiungi uno degli scopi della tua vita.
Lì ho iniziato a temere di non aver capito: di tutta quella ribalderia trentennale che mi trascinavo dietro cosa davvero era parte di me? La letteratura, il lavoro, entrambi o nessuno? Mi son sentito due, nel modo più dicotomico possibile, e al contempo pirandellianamente nessuno e poi ancora centomila, perso nei meandri di una mente con più specchi che creature al suo interno.
Mi mancano certi tuoi consigli nonno, mi mancano così tanto a trentadue anni che certe volte t’invento, sperando di riuscire a replicarti almeno un po’ nella voce, nell’inflessione, nella qualità dei tuoi consigli; ne esce solo un Sullivan un po’ più vecchio, meno affranto e ancora inguaribilmente ottimista.
A volte basta, altre proprio no; eppure tra le tue inossidabili lezioni trovo la più semplice come dichiaratamente superiore a tutte le altre: «ragiona di quel che hai, non di quel che non hai».
Allora mi fermo e ci penso: una famiglia unita, isola nei mari mossi del sentimento; degli amici franchi e sempre al mio fianco, solide assi della mia nave; una persona intelligente accanto, che non è tutto ma è la maggior parte; un buon lavoro, un tetto sulla testa, un libro pubblicato, un’iconica moto inglese — poteva andare meglio, lo ammetto! —, una città di mare, un po’ di poesia, il coraggio di abbattere quella vergogna che m’ha tenuto prigioniero di pagine mai edite, un fegato a prova di gin e il tuo ricordo nonno, il tuo indelebile ricordo a cui ho dedicato il piccolo successo delle mie velleità artistiche.
Ci sei ancora, allora: ti sento scorrermi sottopelle, aiutarmi quando sbaglio, celebrarmi quando vinco.
Chi sono, nonno, non l’ho ancora scoperto; in fondo il viaggio di cui tutti hanno paura, quello per diventare grandi — e intendo grandi davvero! —, non è una cosa di cui si vede mai la fine. Sei morto ragazzino a settantasei anni, aspettando che ti arrivasse una gigantesca TV al plasma e un iPhone di ultima generazione, e quello al quale ho sempre pensato come il momento in cui ti sei spento a conti fatti si rivela solo come il momento in cui mi hai illuminato di più; goditi ogni momento, scivola sui tuoi giorni, fai il tuo lavoro, scrivi un libro, dipingi, scolpisci, indossa tabarri e cappelli vetusti.
Festeggio questi trentadue pensando a te, annaffio con un altro giro quest’agnizione e porto nel cuore quelle tre frasi che mi hai regalato senza nemmeno bisogno di enunciarle, il tuo modo per sciogliere ogni nodo gordiano con indiscutibile eleganza.
Sii strano.
Sii diverso.
Sii te stesso.