Prosa
Un vero sociopatico
Mi avvicino alla porta con fare noncurante, senza fermarmi a pensare troppo a che cosa potrebbero pensare i vicini: non sono di questo quartiere e la mia faccia quadrata e tosta risulta facilmente dimenticabile.
Non ci penseranno per più di un paio di minuti, prima di vedermi scomparire dai loro pensieri.
Questa qualità che incarno è una di quelle che preferisco: per quanto al liceo mi abbia fatto penare essere un «volto comune», nel resto della mia vita ha avuto i suoi vantaggi. Di tutti quegli stronzi che ho incontrato mentre facevo il mio lavoro, pochi sono tornati a cercare vendetta: ero solo un burocrate in divisa mentre mettevo loro le manette ai polsi, un piccolo ingranaggio della grande macchina.
Suono alla porta e sfoggio il mio sorriso migliore: con il comandante non ha funzionato. Mi ha esplicitamente detto che riaprire il caso sarebbe stata una follia, quindi… ho deciso di diventare creativo.
Il tipo mi apre. Sono passati quindici anni; non sembra ricordarsi di me né del mio «Tanto ti ingabbio, merda», che gli dissi all’epoca mentre lo sbattevo sul cofano della Giulia.
Mi fa accomodare. Spiego che devo sentirlo su un paio di questioni riguardanti quel pasticciaccio brutto dei delitti dello stupratore di via Castelli, quel vero sociopatico.
Lui fa una smorfia impercettibile, ma non si scompone.
Inizio a inanellare i nomi delle vittime, poi arrivo a Rita e ne parlo al passato.
Mi chiede se è morta.
«Suicidio», rispondo atono. «Due settimane fa.»
Rita era diversa dalle altre vittime: l’unica ad averla «fatta franca», dice lui.
Che strana cosa da dire di una vittima: «farla franca».
Dopo tre lustri, però, la poveretta ha ceduto: morta a trentun anni per sua stessa mano, con le vene squarciate da un rasoio e immersa in un bagno bollente.
Io andavo a trovare Rita tutte le settimane. L’ho fatto per quindici anni. L’ho vista mentre andava in terapia, mentre non ci andava, mentre si drogava e si autodistruggeva. Ho quasi buttato via il mio matrimonio per lei — Veronica pensava che me la scopassi e ha minacciato di portare via i bambini —, eppure nulla ha frenato quella vena di depressione che, dopo la violenza subita, l’aveva incrinata per sempre.
Così ora sono a casa di quello che, nonostante gli indizi e la testimonianza della povera Rita, è stato processato e ritenuto innocente.
Ma non sono lì per lei, per il suo ricordo o per la giustizia.
Sono lì per me.
Quindici anni trascorsi a cercare di tenerla in piedi, anni difficili, un matrimonio in crisi pur di salvarla, e alla fine ciò che mi rimane in mano è il niente più schietto: un terribile e sfrenato pugno di mosche che non fa che ricordarmi quanto sia stato tutto inutile.
La frustrazione che provoca questo lavoro è devastante: mi basterebbe saltare il tavolo e strozzarlo, ma la giustizia non funziona così e non ho intenzione di ucciderlo.
Deve pagare, ma nell’unico modo in cui può farlo.
Da quando si è sposato, il maledetto ha appeso il crimine al chiodo: so per certo che ha bruciato tutti i souvenir delle sue grandi gesta, tra cui almeno una decina di paia di mutande, alcune ciocche di capelli e dei lembi di pelle.
Anche in quel caso sono arrivato tardi: ad attendermi c’erano soltanto resti abbrustoliti di prove inutilizzabili per i RIS.
Non c’è modo di incastrarlo, lo so bene. Lo fisso in cagnesco; sembra aver capito che io so.
Dice che è dispiaciuto per la morte di Rita, poi sorride.
Sto in silenzio e guardo sua moglie, che mi porta un caffè. Inizio a snocciolare il modus operandi dello stronzo, cercando di lasciare un marchio indelebile nella mente della poveretta. Osservo come reagisce: appare genuinamente inorridita man mano che scendo nei dettagli più crudi.
Passo a descrivere come il figlio di puttana sviscerasse le vittime mentre erano ancora vive e parlo dei segni rinvenuti sotto le loro unghie: la prova che quelle poverette, dopo essere state violate, tentavano di rimettersi dentro la pancia il duodeno che lui aveva tirato fuori.
La spingo a immaginare le urla, la paura, il dolore.
Sembra svenire. La prendo al volo e la adagio su una sedia.
Le chiedo scusa.
Il tipo tenta di cacciarmi di casa, ed è allora che capisco che nella testa di quel fottuto malato è nato un amore sincero per quella donna.
Mi alzo, vado in corridoio e, con il loro telefono fisso, chiamo la centrale per denunciare un’effrazione al loro domicilio.
Lui non sembra capire.
Estraggo al volo la Beretta, silenziata alla bell’e meglio con la lana di vetro, e sparo a lui: entrambe le ginocchia, tre volte per parte. Non credo che sia facile stuprare ancora da seduti, ma, per stare sicuro, dopo finirò il lavoro con il batticarne che ho visto sul bancone della cucina.
I colleghi ci metteranno almeno venti minuti ad arrivare qui. Ho tutto il tempo del mondo.
Sua moglie non urla: rimane impietrita.
Le chiedo scusa di nuovo prima di spararle al petto; cade, accompagnata soltanto dal suono ovattato del suo corpo che si adagia a terra.
Finisco il lavoro con un proiettile in mezzo al cranio.
Cinque minuti e mezzo più tardi sono in macchina, diretto verso l’aeroporto. Veronica riceverà comunque gli alimenti anche se sarò in Venezuela: ho fatto in modo che certi fondi fantasma — non sono certo uno sbirro senza macchia, si capisce — arrivino ai ragazzi per permettere loro una bella vita, almeno fino ai trent’anni. Dopo se la dovranno cavare con le loro forze: li ho educati apposta per essere indipendenti.
Spero che all’aeroporto non si accorgano delle macchie vermiglie sul colletto. Ho esagerato un po’ con il batticarne: penso che i chirurghi dovranno tagliare parecchi pezzi dal tipo.
Io, nel frattempo, mi imbarco. Me ne vado a vivere su quelle spiagge incredibili che piacevano tanto a Rita.
Veronica se la caverà, è una donna forte… e si è sempre voluta scopare Gianni, il vicino di casa, fin da quando lui ha perso la moglie tre anni fa.
Forse anche prima.
Se la caveranno tutti. Me la caverò anch’io.
Tutti, tranne Rita.
E la piccola che aveva in grembo.
Mia figlia.
Ho sempre detto che Veronica era quella della coppia che non aveva mai torto.
Mi dispiaceva contraddirla.