Prosa

Una domanda sospesa a Emma C.

Jacopo Marchisio

Chi è, come noi, viaggiatore assiduo a bordo dei mezzi pubblici di trasporto, affronta spesso (forse sempre più spesso) un fenomeno fisico che potremmo definire dello scontro dei flussi contrapposti. Ci riferiamo al momento in cui, essendosi fermato alla sosta il vagone ferroviario o la corriera, se ne apre la porta; e, dopo un istante di fissità ipnotica in cui si rimirano a vicenda negli occhi con la nitidezza di mandrie all’abbeveratoio, le folle dei discendenti e degli ascendenti dal mezzo muovono l’un contro l’altra disarmate.

Vi sarebbe, è noto, una regola dettata da logica indiscutibile: prima scendono quelli a bordo, indi salgono gli altri. A rigore, anzi, tale regola vige in rapporto ai treni, giacché le corriere sono fornite di porte classificate appositamente, con scritte ad ampi caratteri, quali destinate solo all’entrata o all’uscita.

La questione non è tuttavia tanto semplice, giacché le pressione della folla e l’impazienza della socialità contemporanea inducono pressoché ognuno — talora, ahinoi, perfino chi scrive: però assai di rado — a tentativi contorsionistici per sgusciare, secondo i casi, fuori o dentro a dispetto dei meccanismi consolidati, per inseguire i propri quotidiani fantasmi con la massima fretta possibile.

A punire questa invero sgradevole tentazione dell’istantaneità giunge talora un segno a sottolineare la bellezza dell’attimo perduto, la malvagità della corsa quotidiana; a noi, per esempio, è accaduto ieri.

La corriera si era appena fermata al proprio punto di sosta; e le porte si sono spalancate. Ci trovavamo nella seconda fila davanti a uno dei due ingressi per i viaggiatori in immissione; e a bordo, una sola ragazza, dai capelli scuri raccolti, dall’incarnato chiaro, con indosso leggeri calzoni di lino bianco e un grazioso toppino nero, ai piedi dai sandali di cuoio, stava affacciata per scendere da quella parte. Era, in effetti, nel torto, non essendo quella la porta della discesa; ma giustificata, perché l’affollamento del mezzo era tale che non avrebbe potuto raggiungere l’apertura esatta senza rischiare di perdere la fermata. Si è avuto così con un problema morale proprio di fronte ai nostri occhi: la giovane era nel torto, ma in istato di necessità; i viaggiatori montanti stavano dalla parte della ragione, ma quel nugolo di persone, non dandole il tempo di scendere e urtandola nella furia di accaparrarsi il posto a sedere, non poteva essere, forse, più colpevole?

Noi ci siamo lievemente discostati, insieme a una signora garbata, per consentire a colei la discesa prima di salire a nostra volta; e lì, nello spazio di un momento, una lieve curvatura nel profilo di lei e lo sguardo insieme immoto e febbrile dei suoi occhi ce l’hanno fatta riconoscere. Era Emma C.; con cui, non più tardi di quattro mesi addietro, avevamo viaggiato (insieme anche a molti altri, sia chiaro!) nel cuore dell’Europa, in luoghi di storie tormentose, e che ricordavamo, fissata in una fotografia della nostra memoria, seduta per terra, le ginocchia sul viso, in una periferia verdeggiante di Salisburgo, a guardare in silenzio qualcosa di molto lontano, al di là di noi e degli altri compagni di viaggio. Non avevamo osato, in quel momento, chiederle nulla dei pensieri che fossero in lei; ma la domanda inespressa, dimenticata consciamente, doveva essere rimasta come un sedimento nella nostra coscienza; e avremmo voluto porgergliela ora, ma lei non ci aveva visti, era corsa via, sempre concentrata in qualcosa di indecifrabile, e noi eravamo ormai saliti sulla corriera che si muoveva, inesorabile alfiere del movimento e del tempo in fuga, verso l’azzurro del cielo e la chiarità del sole in cui si perdevano le nostre velleità e i pensieri inconosciuti di lei; che rivedremo, forse, tra molti anni, quando nessuno dei due saprà più di esserci sfiorati in quel momento.

© Jacopo Marchisio — Pubblicato nella Biblioteca della Società degli Scipioni.
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