Prosa
Vacanze nel passato
— Dunque professor Rosenthal lei può affermare al cento per cento che le misteriose linee nella pianura di Nazca siano state realizzate da una civiltà aliena venuta da un’altra dimensione?
— Ne sono assolutamente certo e ho delle prove…
Nell’ufficio in fondo alla scrivania si sentì una risata sguaiata che puzzava di patatine e bevanda zuccherata agli agrumi.
— Ehi ma quello alla tv è Steve!
Mi risuonò in testa quel nome ma non capivo a chi si riferisse, quella sottospecie di stagista che avevo assunto per non so quale motivo in quell’angusto buco di fili, documenti e noia alla TravelTimeExpress. Forse perché era di compagnia, seppur ne avrei trovata di migliore in una sensuale segretaria replicante o nel nuovo Beagle3000.
Spesso mi suscitava tenerezza: mi ricordava un giovane me stesso quando voleva andare nei templi di Angkor Wat a decifrare quelle misteriose sculture tantriche, prima che l’archeologia morisse. Prima che il viaggio nel tempo fosse scoperto e monopolizzato dalla più grande multinazionale nel settore vacanziero che trasformò in un business questa nuova esperienza di relax o d’avventura per i più audaci.
Alcuni viaggiatori temporali infatti erano gli stessi turisti che anni fa invadevano le spiagge italiane o le capitali asiatiche: gli stessi odiosi, maleducati e arroganti turisti di una volta. Se prima questi facevano casino nelle trasferte della loro squadra del cuore, ora i loro nipoti distruggevano il naso della Sfinge o rubavano dei ricordi per i parenti da castelli medievali. Nonostante ciò, la compagnia pagava profumatamente dei professori di ufologia, archeosofia e, che Dio mi sia di testimone, di criptozoologia per insabbiare e nascondere le malefatte e i danni causati nel tempo dai loro clienti. Spesso non erano neanche dei veri professori ma attori provenienti dalle più stimate accademie di recitazione. Bisognava fare in modo che non si mostrasse in modo così evidente la nostra stupidità e ignoranza nei confronti della Storia. Così in nome del mercato e del divertimento più sfrenato, le fake news imperavano e chi la sparava più grossa era il guru delle masse. La verità era in mano a chi teneva il business.
— Quello è Steve Kaspbrack, il mio ex-coinquilino alla facoltà di storia dell’arte… aveva seguito anche un corso di Street Art Antica… era matto quell’americano… voleva lasciare un segno e c’è riuscito… — sogghignò, arrotolandosi una cartina lunga.
— Te la fumi fuori quella, vero?
— Perché? Vuoi un tiro, capo?
— Scordatelo! Piuttosto finisci di compilare quei moduli di viaggio e fai un check-up alle nostre cabine temporali.
— Yep.
Manco sa dire di sì. Sto rincitrullito. E fatti un bagno, per Giove, che puzzi come una carcassa di cammello.
— Hai visto che stile nei graffiti, capo?
— Sì lo vedo… scommetto che è stato un allievo di Bansky…
— Bans-chi?!
E dai! Non sa manco la storia dell’arte dei Duemila questa capra pseudo alternativa.
— Ma il caso della signora Köster con il telefono nel film di zio Adolf? Alla fine cos’hanno raccontato?
— Che quello nella foto non era un telefono ma l’ombra della sua mano… Ma come fai a confondere Chaplin con Hitler?
— Beh… sono due attori famosi.
La porta dell’agenzia si aprì e partì una disordinata fanfara di suoni elettronici, accompagnando l’entrata e l’imbarazzo di una piccola famiglia. Sembravano usciti da una rivista di Famiglia Neo-Cristiana. Anzi erano stati scartati direttamente dalla nuova collezione formato famiglia di Barbie: lui aveva il sorriso di plastica e l’attaccatura di capelli simile a quella di Ken, lei era truccata come un pupazzo dei Muppet e la piccola scimmia urlante che si portavano appresso era quella sorta di bambino che mi fece ripensare all’idea di mettere su famiglia.
— Voglio vedere i dinosauri!
— Basta Roger! — disse la madre.
Sfoderando un’aria superba, il padre mi fece un saluto a trentadue denti.
— Salve, mi chiamo Gene. La rosa che è accanto a me è Sylvia e il piccolo campione è Roger.
— Siamo la famiglia Cline — aggiunse l’ex-reginetta del ballo scolastico.
— Piacere sono Norman, sono il vostro agente di viaggio temporale e lui è il mio assistente, Carl.
— Salve — disse il pattume ambulante, nascondendo dietro di sé la canna.
— Vorremmo visitare per il nostro anniversario di matrimonio l’era del Cretaceo.
Ah… così dritti al punto, pensai.
— Lei è sicuro di questa scelta?
— Ci abbiamo pensato a lungo e vorremmo un qualcosa di eccitante che accontenti tutti e tre…
— Ma anche la scimm… il bambino è d’accordo?
— Voglio avere un dinosauro!
— Ehi piccolo… guarda qui: è un anello dell’imperatore cinese Qin direttamente dalla suo sepolcro… un ricordo della mia vacanza.
Il bambino esclamò rumorosamente e gli occhi della moglie scintillarono alla vista di quella gemma verde.
— Nel Cretaceo, se non sbaglio, ci sono ricchi giacimenti di pietre preziose a volontà…
— CARL! Non dare il cattivo esempio — fulminai con lo sguardo quel cretino e con flemma gli illustrai altre possibili alternative.
— Signori apprezzo molto la scelta che avete fatto ma vi posso consigliare mete di gran lunga più sicure e che potrebbero esaudire ancor di più i vostri desideri… lo dico sopratutto per il bene di vostro figlio…
— Ma lei che ne sa di cosa vuole mio figlio… io sono professoressa di Storia presso le scuole private della città e me ne intendo di cosa ci sia o no nel Cretacico!
— Cretaceo, ma…
— Non si disturbi, io pratico scherma e pugilato e sono campione del mio circolo privato e da giovane ho partecipato a molte gare di atletica… se c’è qualcuno che può proteggere la mia famiglia, quello sono io! — interruppe spavaldamente l’ex bullo, figlio di papà, gonfiando il petto.
— E io voglio un D-I-N-O-S-A-U-R-O! Raaah! — ruggì la peste.
— Aspettate un momento… — disse il mio assistente, compiendo fulminei click sulla tastiera. — Il safari nella Preistoria è libero e disponibile.
— Benissimo… con quale app pago?
— Un momento, posso offrirvi un tour nell’Italia Rinascimentale o un crociera nell’Antico Egitto sulla nave di Cleopatra…
— Ma insomma c’è posto o no per il viaggio?
Un cliente alterato si può domare. Più di uno incomincia a essere difficile e mi sentivo già tremendamente a disagio tra l’arroganza dei due genitori e le urla esasperanti del campioncino.
— Carl prepara le cabine temporali, io mi occupo dei documenti.
— Agli ordini, capo — esultò il decerebrato, andando verso le cabine temporali.
Come da routine feci firmare la trafila di manleve per la salute e le condizioni d’uso e d’utilizzo all’adorabile famigliola sotto gli sbuffi della moglie e le battute di dubbio gusto del marito e subito dopo li aiutammo a indossare le tute dell’invisibilità, ideate per passare inosservati agli indigeni del luogo. Erano state ideate per quello scopo da un team di esperti scienziati ma alcuni viaggiatori testardi appena arrivavano al luogo prestabilito, nulla li frenava dal liberarsi da quelle tute dal pessimo gusto estetico e di mischiarsi alla massa come quella vecchia stronza della Köster.
— Ricordate: dovete fare attenzione a dove vi trovate al momento dell’arrivo, finito il tempo a disposizione dovete tornare subito al luogo preciso e all’ora precisa che avete sui vostri orologi temporali, non un secondo di più, non uno di meno. E vi raccomando di non portare nulla indietro con voi e di rispettare l’ambiente a voi circostante e di…
Non feci in tempo a finire che Carl, abbassò la leva della console di controllo e un fascio di luci variopinte avvolse le tre cabine e un frastuono annunciò la partenza dei tre viaggiatori.
— Posso fare questo turno temporale? È così una bella famiglia…
Sospirando diedi l’incarico a quel beone, ammonendolo di non distrarsi troppo, di controllare sempre lo stato dei viaggiatori e di chiamare qualora ci fosse un problema.
— Sì capo… dopo un mese di stage con te, mi sento pronto!
— E non fumare quella robaccia in ufficio, sono stato chiaro.
Però chiusa la porta, mi sentivo un poco più sollevato. Dopotutto ha avuto un mese di tempo per imparare a gestire le cabine senza di me. Non è un cattivo ragazzo, è solo un po’ svogliato, ha bisogno di sbagliare alla sua età, smetterà ad un certo punto di fumare e si sistemerà con una ragazza, solo se imparasse a pulirsi e a tagliare quell’ammasso di capelli.
Fui svegliato di soprassalto nella notte a casa, sei giorni dopo la partenza dei Cline, due giorni in anticipo del loro ritorno nel presente da una chiamata improvvisa dall’ufficio.
— Carl che c’è?
— Ho perso il segnale dei Cline e la console sta emettendo mille luci e ho schiacciato dei pulsanti a caso…
Mi misi in fretta e furia qualcosa addosso, ingranai la marcia della macchina e parti per arrivare in città. Al terzo incrocio prima di arrivare in ufficio sentì come delle scosse tettoniche che fecero vibrare il sottosuolo; appena svoltai per il parcheggio vidi lo spettacolo più bizzarro e terrificante di tutta la mia vita: tre figure rosse urlanti, simili a degli astronauti, fuggivano nel buio, inseguiti da un gigantesco Tyrannosaurus Rex. Feci una brusca retromarcia andandomi a riparare dietro una grossa Jeep. Presi più respiri possibile e il mio fucile a canne mozze nascosto nei sedili. Uscì dalla macchina con l’arma carica e chiamai in ufficio.
— Carl?
— Sì, capo?
— Sei licenziato!