Prosa
Wendy — Fuga dall’incubo
7 anni
Che bello stasera si esce con mamma e papà. Agata la babysitter non è riuscita a venire e quindi mi portano alla serata con gli amici di papà. Mamma mi ha detto che posso usare i suoi trucchi ma non troppo: ieri me li ha fatti usare e mi ha detto che sono brava a mettermi il rossetto e mi ha fatto vedere come mettere il fondotinta, il blush e il mascara. La mamma si sa proprio truccare bene. Papà quando la mamma si trucca così bene le fa tante domande. Ha un tono strano quando le fa tante domande.
Dopo aver finito di fare pipì, vado davanti allo specchio per truccarmi. Dallo specchio non si vede niente, è tutto annebbiato ma c’è un piccolo specchietto. Apro quello piccolo e comincio a truccarmi: sono proprio bella come mammma. Papà ci chiama, chiama mamma, chiama me ma non riusciamo a risponderle perché ci stiamo truccando. Papà alza la voce per chiamare mamma, anche mamma alza la voce. No no per favore quando alzate la voce mi dà fastidio. Papà e mamma ora litigano: papà dice che siamo in ritardo, mamma risponde che stiamo finendo, papà mi chiama con un urlo, mamma dice che non è bello che urli. No no per favore non litigate. Adesso finisco e arrivo. Ho paura perché ora litigano per colpa mia.
Volevo solo essere bella come la mamma.
Sento uno schiaffo e vedo mamma cadere. No papà cos’hai fatto a mamma. Non voglio uscire dal bagno. Non voglio uscire da qui. Non voglio uscire. Non voglio uscire. Non voglio uscire… Papà.
17 anni
È la prima volta che esco con un ragazzo. È la prima volta che faccio l’amore. Si chiama Carlo e fa la terza liceo, come me, ma è nella sezione D. Ora è nel letto di camera mia a fumarsi una sigaretta. Ora sono in bagno e sto attendendo il risultato del test di gravidanza. Negativo, meno male. Non voglio aggiungere problemi ad una madre divorziata da un padre violento e depressa: per non parlare di mio padre e di cosa mi vomiterebbe addosso in uno dei suoi accessi d’ira. Un problema è risolto. Ora faccio una doccia per togliermi il fumo e il sudore di dosso.
Da lontano sento una suoneria: è quella del telefono di Carlo. Una canzone hard rock di cui ora non ricordo il titolo ma è stato proprio quella canzone che ci ha fatto incontrare alla festa di fine anno del liceo. Lui è più grande di un anno, è stato bocciato una volta e canta in una band locale indipendente: salta la scuola per andare in un altro gruppo di musicisti più grandi di lui che provano in una saletta di periferia. È sporca, piccola e più che una saletta, è un garage riusato come saletta. Le poche volte che ci siamo visti è stato a scuola, durante la ricreazione, e in quel garage. Non mi fa impazzire il posto perché è sporco e non penso di essere simpatica agli amici di Carlo: fanno strane battute e ridono di me ma dicono che non c’è da offendersi perché il loro è humor nero. Mi hanno fatto vedere chat di questo humor nero. Rido sempre imbarazzata anche perché non lo capisco questo humor nero di cui tanto si vantano di essere i difensori.
L’acqua accarezza la pelle e io sento parlare Marco con qualcuno. Esco dalla doccia e sento Marco uscire dalla stanza. Mia madre fortunatamente non c’è perché era a fare un gita fuori porta con le sue amiche. Sennò sarebbe diventato un appuntamento imbarazzante, pieno di momenti imbarazzanti, condito da domande imbarazzanti e che sarebbe finito a thé e biscotti. E non oso immaginare come lui si sarebbe sentito e di cosa avrebbe pensato di me e della mia famiglia.
Mentre mi asciugo i capelli e mi strucco sento Carlo parlare e ridere: mi avvicino alla porta e scopro che la conversazione così divertente era su di lui e la sua prima volta. Fioccavano battute su come baciavo, come mi muovevo nel letto, su come avevo fatto l’amore rispetto alla prima ragazza che aveva avuto e su come mi ero truccata come una groupie assatanata e senza cervello. Ma guarda te che stronzo. Il sensibile artista che rideva di me mentre ero in bagno. Il dolce ragazzo che mi portava alla prove. Il cantante bastardo che mi sono portata in casa con cui ho fatto sesso per la prima volta.
Mi sporgo dalla porta per dirgli con chi sta parlando e dirgli che ho sentito tutto: in risposta lui mi scatta una foto mentre ho l’asciugamano addosso con un sorrisetto e si avvicina e io gli sbatto la porta in faccia, ricoprendolo di insulti. Lui sardonico risponde che se non la smetto di insultarlo pubblicherà le foto sulle chat dei suoi amici grandi e sulla chat di classe: mi dà della stronza, della puttana e della nonna. Io gli rispondo ancora di più per le rime e lui ride dandomi un ultimatum: se non la smetto subito di fare la bambina e non gli apro immediatamente la porta pubblicherà le foto sui suoi profili social per farmi diventare un fenomeno da baraccone. No non di nuovo. Non può succedere di nuovo. Non riesco ad uscire dal bagno. Non riesco ad uscire. Non voglio uscire. Non voglio uscire. Vabbè Carlo… fai presto, scatta l’ultima foto.
25 anni
Non ci posso credere. Non ci voglio credere. Sto vivendo un sogno. Dopo una serie di relazioni burrascose e lontane nei ricordi, sebbene alcune abbiano lasciato il segno ho incontrato l’uomo della vita. Si chiama Giacomo ha qualche anno più di me ed è l’uomo che aspettavo da una vita: non è violento, non urla, non è vendicativo tutto l’opposto di quello che ebbi come fidanzatino in terza liceo. È paziente, calmo e rispettoso: mia madre l’ha subito accettato come un figlio e benedice la nostra relazione. Dice che vede i fiori d’arancio tra noi due e che siamo fatti l’uno per l’altro. Non vorrei dargli ragione ma davanti ad un miracolo che cosa devi dire. Lo accetti e basta. Lo accetti in ogni sua perfezione. Ma anche in ogni sua imperfezione.
Giacomo è bravo, ha un lavoro che gli promette bene, va in palestra e si preoccupa di ogni cosa nella casa. Accetta di buon grado anche la presenza della suocera e sta cercando una nuova casa per noi così potremmo lasciare la casa a disposizione di mia mamma e farci una nostra famiglia, da un’altra parte. C’è solo qualcosa che però mi stranisce riguardo ad alcuni comportamenti: spesso cambia le luci di casa, è molto preoccupato per la salute di mia madre e cambia spesso lampadine anche quelle del bagno. Poi si preoccupa anche del mio stato di salute in modo a volte troppo esagerato: mi porta lui la spesa, mi trova lui i dottori migliori, se rientro tardi lui mi prepara la cena e mi aspetta fino a che non esco dal bagno. Certo magari si preoccupa troppo ed è molto attento alle spese in casa ma lo fa a volte con una cautela assillante e uno zelo quasi inumano.
Abbiamo un gioco tra di noi: siamo davanti allo specchio e ci trucchiamo a vicenda come dei bambini: io trucco lui e lui trucca me ma quando tocca truccarmi lui mi fa sentire come se fossi una bambola. Con le sue mani mi gira il viso, passa la matita sugli occhi e il rossetto sulle labbra e ne sfuma un po’ sulle guance. Mi sembra allo specchio di non vedere mai me una bambola, una bambola di porcellana dipinta da ferme, grosse e gentili mani. È solo un gioco, nulla più tra noi in piccolo bagno.
30 anni
Ho fatto tutto quello che voleva lui. Per cinque anni ho fatto il suo gioco, sono stata la sua bambola e lui mi ripaga di una moneta che conosco fin troppo bene. Era perfetto era tutto perfetto. Da qualche tempo è mancata mia madre ma noi non ci siamo mai trasferiti di casa. Da qualche mese lui torna tardi e io provo a fare come lui faceva con me: gli faccio trovare la cena e lo aspetto a letto e lui si lamenta della sua mancata promozione, si lamenta del cibo e si lamenta che io non faccio mai abbastanza per la casa. E poi dorme, mi rifiuta e mi dice sempre peste e corna su ogni cosa che faccio. Litighiamo spesso e ogni tanto volano bicchieri ma per un caso non ci siamo mai presi. E ho sempre ricomprato ogni volta stoviglie o bicchieri che volavano.
Che è successo al miracolo? Che è successo a Giacomo? Che cosa ho fatto per rendere così tesa la situazione a casa? A pensarci ho cercato di fare sempre la mia parte e di rendermi anche indipendente dalle sue attenzioni ma di essere più volenterosa e cosciente verso me stessa, senza che ci sia qualcuno da farmi da balia o da eventuale padre. Invece mi sono sbagliata su tutto e ho accolto un mostro sotto le sembianze di un principe azzurro.
Stasera è volato un bicchiere in più e dal bagno non c’è campo: provo a prendere bende e acqua ossigenata per medicare la ferita ma quello che ho fatto per istinto è chiudere la porta la chiave. Ho sentito in giro troppe storie del genere e non voglio ritrovarmi in una di quelle. Giacomo sento che mugola e un po’ bestemmia ma quello che mi inquieta sono i suoi passi verso la porta. Chiedo se è tutto apposto e nei singhiozzi dico che non è successo niente, che non l’ho fatto a posta, che ora si sistema tutto e che poi chiariamo tutto. Sento solo il mio nome scandito in maniera melliflua e una botta forte alla porta.
— Wendy, tesoro dammi il telefono.
Un brivido mi assale e mi sovvengono due pensieri: o che ho colpito troppo forte o quello dall’altra parte della porta non è Giacomo. Ho paura e ho nelle mani troppe cose: lascio cadere le bende e prendo un bastoncino fermacapelli e nella mano tengo la bottiglia di acqua ossigenata. Non mi sento più il respiro da come sto iperventilando con in sottofondo una nenia di Wendy apri la porta, Wendy sono a casa e sto bene, Wendy dammi il telefono, Wendy sono il lupo cattivo…
Silenzio e poi mugola, forse si è ripreso, forse è tornato in sé: un’altra botta alla porta fa svanire la mia speranza. È un film dell’orrore e io ci sono dentro. Non è il caso di andare in panico: ho un bastoncino appuntito e dell’acqua ossigenata, posso fermarlo per qualche minuto e così correre verso le porta, scappare e chiedere aiuto. Una seconda botta sfonda un vetro della porta: chiama continuamente il mio nome e dice che vuole solo parlare e mi intima di dargli il suo telefono. Io sono accucciata dietro il lavandino e le urla mi escono strozzate. Una terza botta sembra forzare gli stipiti ma fa cadere altri vetri: Giacomo o quello che ne rimane si intravede dietro la porta. Una quarta e ultima botta fa cadere un vetro vicino alla serratura e una mano si protende per aprirla. La mia mano si protende per colpire e lo graffia, facendo finire la sua verso un vetro che lo taglia. Non funziona nulla, Giacomo è ora una furia pura.
Ma io non sono in un film dell’orrore e questa Wendy non finirà vittima del suo aguzzino. La porta è quasi aperta e lui sta per entrare in bagno. Io lo guardo e con tutte le forze e una rabbia inumana mi alzo e affronto le mie paure. Voglio uscire dal bagno. Riempio di graffi l’uomo e gli svuoto in faccia l’intera bottiglia di acqua ossigenata. Non è un film dell’orrore, è la mia vita non la tua. Giacomo in preda al bruciore degli occhi è raggomitolato su sé stesso. Sono uscita dal bagno e scappo via da quella che poteva essere l’ennesima brutta storia in una pagina di cronaca nera.