Prosa
Zero
Attanaglia le caviglie e, lentamente, risale con denti aguzzi lungo le gambe, fino alla pancia. Trova un varco e si insinua nel corpo, si annida nello stomaco e lì riversa il suo veleno. Le braccia tremano, le mani si fanno umide, la gola si stringe, la testa pulsa. E infine il cuore, stanco di resistere, cede all’abisso.
Passi scricchiolanti su scalini di legno marcio. Lì, davanti, un corridoio con maschere che ridono e indicano e giudicano al passaggio. Stringendo fogli macchiati d’inchiostro e di un passato ingiusto, sfilano ai miei lati versioni che non sono più me. Conto i passi su scarpe vecchie, che portano un corpo sconquassato e timido, che pensa di far bene se sta in silenzio e continua per la sua via. Con un mantello calato sulla mia figura, e due soli varchi attraverso cui osservare il mondo, inizia il viaggio tra quelle facce dipinte. Tutte sembrano giovani e nessuna sembra capire, perché un’altra di loro stia percorrendo quel lungo cammino per poi entrare nella loro cerchia. Sanno bene come va a finire, nessuno vince davanti a Lei, nessuno passa il turno e tutte quelle prima di me adesso si trovano ai lati di quel corridoio.
Una è piccolina, indossa un grembiule rosa con ricamata una luna con il cappello proprio sopra il suo giovane cuore; dall’altra parte c’è lei un po’ più grande, con le punte dei capelli rosa e un sorriso all’inverso; poi eccone un’altra, se ne sta appoggiata, non curante del resto, al muro sporco, una sigaretta incastrata tra le dita e il fumo appena aspirato che le esce dalle narici; davanti a lei un piccolo fantasma bianco con le braccia dipinte di rosso e gli occhi consapevoli di un futuro che non vuole più; più avanti una di loro balla sopra una musica che sente solo lei, è più magra e quando mi fa la linguaccia vedo una pillola bianca; ora a destra ha le gote arrossate, si tiene un braccio e dal suo occhio buono scendono lacrime; accanto a lei giace, faccia al muro, una figura senza volto, piange il silenzio e come un’eco arrivano urla alle sue spalle; ancora un’altra sembra speranzosa, con nuovi libri stretti tra le braccia e gambe pronte a passo di marcia, sembra vedere delle opportunità.
Azzardo un’altra occhiata, cercando di non farmi intimidire. Devo dare l’illusione di sconfitta. Sorpasso coloro che ridono e scherzano, che si abbracciano e si fanno beffa delle loro gemelle che piangono, chiedono aiuto e vogliono morire. Mi dispiace per ognuna di loro, che ancora non sanno quello che so e quello che ancora non so.
Un’altra si ammira allo specchio; la sua vicina conta i centimetri; accanto a lei una guarda in basso da un cornicione di un alto palazzo; mentre dall’altra parte una respira aria salmastra con gli occhi chiusi. C’è chi festeggia; chi si chiude nel suo silenzio; chi aspetta qualcosa; chi esce di casa per farla accadere; ancora un’altra ride forte e si piega dal mal di pancia, mentre da qualche parte altre facce dipinte guardano con occhi di speranza e affetto chi gli spezzerà il cuore. Vedo che una scrive, è quasi alla fine del suo capitolo, e c’è chi è contenta per una semplice buona giornata mentre legge un libro e stringe una tisana; un’altra fa foto a chi le dà le spalle; colei che le sta di fronte cammina in compagnia di un cane e quella accanto corre verso l’ennesima vittoria, mentre tra queste si fa spazio sempre di più una speranza di ciò che sarà e sparisce ciò che è stato.
Sono alla fine, davanti a me c’è una porta. Metto una mano sulla maniglia ma ci ripenso e mi volto un attimo indietro. Non tutte, mi rendo conto, si aspettano il peggio, soprattutto l’ultima mi guarda negli occhi, che sono verdi come i miei e ha capelli leggermente più rossi di quelli che porto, e alza una mano con la quale mi mostra il pollice in su. Ci sorridiamo appena, non so cosa succederà, ma intanto abbasso la maniglia ed entro nel buio di quel teatro.
Le tende si scostano al mio passaggio, vedo un leggio ed una sola luce che illumina il centro di quello che mi aspetta. Sento dei passi e leggermente mi sposto in avanti per ammirare lo scalpiccio di quelle me che mi sono lasciata alle spalle e che adesso prendono posto. Decine. Centinaia. Migliaia di spettatrici.
«Vieni avanti.» Dice Lei. Il cuore inizia a tremare, piccole fitte di gelo sulla mia pelle, quasi non riesco a parlare con la gola serrata, il petto che scoppia, le ginocchia che cedono a quel baritonale tono di sfida emozionalmente reale.
Tre secondi, inspiro.
Tre secondi, espiro.
Trascino i miei piedi sul palco, sempre il capo chino nascosta sotto il mantello, mi avvicino al leggio e appoggio i miei fogli.
«Versione numero?» A quella domanda non rispondo. Mi vergogno del mio numero, ho timore di guardare dove quella voce parla e minaccia il mio corpo di fuggire. Sto in guardia, aspetto il pericolo, attendo il secondo esatto in cui scatterò. Mi ricordo lei in quel momento, con il sorriso leggero e quel pollice in su, con gli occhi verdi come i miei e i capelli leggermente più rossi di quelli che porto.
Alzo la testa e sento stupore uscire da quelle bocche pure se non mi vedono. Anche Lei rabbrividisce ma sorride perfida dalla prima fila.
«Zero.» Dico.
«Il mio numero è Zero.» Così scopro ciò che si cela sotto quel mantello di carte da tavola. Lei si alza e mi guarda interessata, avvicinando il viso al palco e annusando la traccia che aleggia intorno a me.
Lei indietreggia e si spoglia della sua identità: Paura.
C’è un’unica differenza, adesso: a prevalere non è più lei. Sono io.